Ricavi sopra 20 miliardi: anticipo al 39 per cento, ma nessun aumento fiscale
A fine agosto, mentre il governo cercava le risorse per prorogare il taglio delle accise, si è tornati a parlare di tassare gli “extraprofitti” delle società energetiche. Il ritornello suona noto, ma questa volta il dettaglio che conta non è il 33 per cento: è il 39 per cento di anticipo sulle tasse dei dividendi, compensato da un pari credito d’imposta. È lì che l’annuncio mostra la sua vera natura.
Il 39% che svela l’annuncio: tassa o anticipo di cassa?
Il punto di riferimento aiuta a capire cosa non è il nuovo intervento. La misura prevedeva una tassa del 33 per cento sui profitti del 2022 e del 2023 che superassero almeno del 20 per cento i profitti medi ottenuti nei quattro anni precedenti. Era un prelievo selettivo su una base imponibile precisa: il margine eccedente rispetto alla media storica. Si tassa l’eccesso, non il totale. Tecnicamente, un intervento di questo tipo richiede di calcolare una base di confronto, applicare una franchigia del 20 per cento e colpire solo lo scarto oltre soglia. Non è un’operazione banale, ma ha una logica fiscale riconoscibile.
Il dispositivo discusso a fine agosto è un’altra cosa. Le aziende coinvolte dovranno anticipare il 39 per cento dell’acconto delle tasse sui dividendi, maturando allo stesso tempo un pari credito d’imposta. La bozza del decreto carburanti lo specifica con chiarezza: il decreto non comporterà modifiche all’attuale sistema di prelievo fiscale. In altre parole, non viene introdotto un nuovo tributo, non viene ritoccata un’aliquota, non viene ridefinita una base imponibile. Viene anticipato un pagamento che le società avrebbero comunque effettuato, e il relativo importo torna indietro sotto forma di credito d’imposta.
È qui che la parola “extraprofitti” mostra i suoi limiti. Un prelievo sugli extraprofitti colpisce una ricchezza inattesa, sottraendola in modo definitivo. Un anticipo dell’acconto sui dividendi non sottrae nulla: sposta liquidità nel tempo, dalle casse delle società energetiche a quelle dello Stato, per restituirla in seguito. La differenza non è contabile, è politica: nel primo caso lo Stato si appropria di una quota di utili; nel secondo si limita a chiedere un finanziamento-ponte mascherato da intervento fiscale.
Se il decreto non modifica il prelievo attuale, allora chi finisce davvero nel mirino? La risposta non sta nel tipo di tassa, ma in una soglia di fatturato.
La soglia dei 20 miliardi: una platea stretta, con Eni in vetrina
Le aziende coinvolte sono quelle i cui ricavi hanno superato i venti miliardi di euro nel 2025, con Eni in cima alla lista. Il perimetro è ristretto: non tutte le società energetiche, ma solo quelle che hanno superato quella soglia nell’ultimo esercizio fiscale. In un settore frammentato tra produttori, trader e distributori, i venti miliardi di fatturato disegnano una platea di pochissimi soggetti, e il primo nome — Eni — da solo esercita un peso sproporzionato rispetto al resto. Il dispositivo dell’anticipo del 39 per cento sui dividendi finisce quindi per concentrarsi su chi ha la maggiore capacità di cassa. Più che un prelievo diffuso, è una finestra di liquidità aperta su pochi contribuenti di grandi dimensioni.
Ma mentre l’Italia discute di anticipi e crediti d’imposta, altri paesi hanno già scelto una strada diversa. Il confronto non è un dettaglio: aiuta a capire se si tratta di una mossa di tesoreria o di una politica fiscale.
Londra ha già deciso: tassa sugli extraprofitti fino al 2030
Il Regno Unito offre il metro di paragone. Già nel 2022, il governo britannico ha introdotto una tassa sugli extraprofitti delle società di combustibili fossili e da allora ne ha esteso l’applicazione fino al 2030. Qui non si anticipa un flusso di cassa che verrà poi restituito: si preleva una quota di utili, su un orizzonte temporale di quasi un decennio. Il Regno Unito ha scelto un intervento strutturale, con un gettito stabile nel tempo. L’Italia, nel decreto carburanti, ha scelto un’anticipazione una tantum.
Per chi installa e gestisce impianti, il vero segnale non è il prelievo: è l’assenza di una riforma strutturale. Chi deve pianificare investimenti in capacità energetica ha bisogno di regole stabili, non di anticipi di cassa. Il Regno Unito ha scelto le prime; l’Italia, per ora, offre solo i secondi. La distanza tra i due approcci non è tecnica, è politica.




