La modifica approvata da Bruxelles porta il budget del regime da 1,49 a 3,6 miliardi, con un massimo annuale che

Lo scorso 20 luglio la Commissione europea ha approvato una modifica al regime italiano di aiuti di Stato che compensa le imprese energivore per i costi indiretti delle emissioni. Tradotto dal burocratese: Roma potrà rimborsare una fetta più grossa della bolletta elettrica a chi produce acciaio, chimica, carta e altri settori dove l’energia non è una voce di costo ma il costo. La decisione è passata senza fanfare, eppure ridisegna i margini di sopravvivenza di un pezzo d’industria italiana. Almeno sulla carta.

La cura italiana: più soldi, più settori

La modifica fa due cose. La prima: allarga la platea. L’ammissibilità viene estesa a nuovi settori considerati a rischio di delocalizzazione, quelli che compaiono nell’allegato delle linee guida ETS emendate. La seconda: per i settori già coperti dallo schema, l’intensità massima dell’aiuto sale dal 75% all’80% dei costi indiretti delle emissioni. Non è un dettaglio tecnico: quei cinque punti percentuali, su bollette che per un’azienda energivora possono valere decine di milioni l’anno, pesano.

Ma il dato che conta è un altro. Il budget totale dello schema, che dal 2021 viaggiava a 1,49 miliardi di euro per l’intero decennio 2020-2030 — con una media di 140 milioni l’anno — balza a 3,6 miliardi complessivi. Il massimo annuale schizza da 140 a 600 milioni. È un’iniezione quadrupla, e per una volta Bruxelles ha detto sì. Il problema è cosa succede quando alzi lo sguardo.

L’ombra di Berlino: una partita a due velocità

Già nell’estate del 2024, la Germania aveva ottenuto dalla Commissione il via libera a un aumento del proprio schema di compensazione. Il budget tedesco è salito a circa 32 miliardi di euro, con un incremento di circa 5 miliardi rispetto alla dotazione precedente. Trentadue miliardi contro 3,6. Berlino ha anche rimosso due condizioni che obbligavano i beneficiari a farsi carico di una quota aggiuntiva dei costi indiretti rispetto alle regole standard sugli aiuti di Stato e che limitavano l’importo massimo erogabile. La modifica è retroattiva: si applica ai costi sostenuti tra il 2023 e il 2030.

La forbice è talmente larga da rendere quasi offensivo il paragone. L’Italia porta il suo massimo annuale a 600 milioni: la Germania, con un’economia che certo non è dieci volte quella italiana, dispone di uno strumento che vale cinquanta volte tanto. Non è una differenza di intensità, è un ordine di grandezza diverso. E mentre l’Italia faticava a strappare l’estensione a nuovi settori, la Germania aveva già smantellato i paletti che tenevano basso il costo per l’erario e alto il contributo delle imprese.

A questo punto, la domanda non è più se gli aiuti italiani basteranno — sappiamo già che la risposta è no, se letti in chiave comparata — ma se esista ancora un mercato unico europeo quando due Stati membri possono mobilitare risorse pubbliche su scale così diverse per sostenere le stesse categorie di imprese. Il silenzio della Commissione, che pure entrambe le modifiche le ha autorizzate, lascia intendere che la risposta sia sospesa. O forse che la domanda non si può più porre.

Il gioco infinito: a che punto è la notte per l’industria europea?

La forbice tra Italia e Germania non è solo un dato contabile da mettere in fila nei rapporti trimestrali. È la radiografia di un’Europa che ha smesso di essere un campo da gioco livellato, se mai lo è stata. Le regole sugli aiuti di Stato, in teoria, dovrebbero impedire distorsioni della concorrenza. In pratica, autorizzano asimmetrie che nessuna disciplina di bilancio riuscirà mai a correggere: perché un conto è dire che ogni Stato può compensare i costi indiretti ETS, un altro è accettare che uno li compensi con 600 milioni l’anno e l’altro con 32 miliardi nello stesso arco temporale.

L’Italia ha fatto quello che poteva: ha rinegoziato i massimali, ha allargato la lista dei settori ammissibili, ha alzato l’intensità dell’aiuto. Ma la sensazione è che stia correndo una gara in cui il traguardo si allontana ogni volta che qualcuno, da un’altra parte del continente, cambia le regole del gioco. E intanto le imprese aspettano. Non solo quelle italiane: tutte quelle che, dal Portogallo alla Slovacchia, guardano a Berlino e si chiedono se reggeranno altri cinque anni di questa partita.

Le imprese italiane avranno un po’ più di ossigeno. Forse abbastanza per non chiudere i forni o spegnere i crogioli. Ma la gara è appena iniziata. E l’arbitro europeo, per ora, tace.