La Regione stanzia fondi per formare tecnici in un territorio ancora dipendente dal carbone
Due camini fumano ancora in Sardegna, ultimi baluardi del carbone italiano. E mentre quel fumo sale, la Regione ha deciso di stanziare 14,5 milioni di euro per formare i tecnici del futuro energetico. Nei giorni scorsi ha aperto lo sportello da 14,5 milioni per sostenere la formazione del personale delle imprese su competenze strategiche, con un’attenzione particolare all’ambito energetico e tecnologico. L’isola che ancora tiene acceso il carbone italiano, insomma, finanzia le professionalità che un giorno dovrebbero rimpiazzarlo. Il paradosso non potrebbe essere più nitido.
L’isola ospita ancora due delle quattro centrali a carbone italiane ancora attive. Due sono spente ma mai smantellate, due continuano a macinare fossile per tenere in piedi la rete, per un totale che sfiora i 4,7 Gigawatt. Mentre quei generatori tengono accesa la luce, la Regione prova a scrivere un altro copione. Ma il copione, fin qui, resta pieno di pagine bianche.
Una scommessa da 14,5 milioni sulle competenze
Il meccanismo non nasce dal nulla. Già nel marzo 2025 Sardegna Ricerche aveva lanciato l’intervento strategico da 14,5 milioni destinato alle micro, piccole e medie imprese dell’Isola. L’obiettivo dichiarato era ridurre il divario tra domanda e offerta di professionalità, un disallineamento che in Sardegna pesa più che altrove, tra spopolamento, emigrazione giovanile e un tessuto produttivo fatto di aziende piccole, spesso sottocapitalizzate e lontane dai circuiti dell’innovazione. Lo sportello aperto in questi giorni è lo strumento operativo di quel disegno: contributi per far formare il personale su competenze che la Regione considera strategiche.
Quattordici milioni e mezzo non sono pochi, per un’isola di 1,6 milioni di abitanti. Per dare un termine di paragone, ad aprile 2026 la Regione Lombardia ha messo sul piatto 10 milioni di euro per sostenere le PMI nello sviluppo di competenze legate a smart grid, comunità energetiche e mobilità elettrica. La Lombardia ha quasi dieci milioni di residenti e un PIL che è cinque volte quello sardo. La proporzione, allora, dice che la Sardegna sta investendo in modo più aggressivo, almeno sulla carta. Ma la proporzione racconta anche un’altra storia: servono soldi perché il capitale umano va ricostruito quasi da zero, in un territorio dove le filiere delle rinnovabili sono ancora frammentarie, i centri di ricerca faticano a dialogare con le imprese e la domanda di tecnici specializzati resta una scommessa, più che una certezza.
I bandi di questo tipo funzionano se c’è un ecosistema pronto ad assorbire le persone formate. Se l’ecosistema non c’è, il rischio è un esercizio di certificazione che produce attestati senza occupazione. La Regione lo sa, e infatti lo sportello non è soltanto un contenitore di risorse: è un tentativo di orientare la domanda di competenze verso settori che, nelle intenzioni, dovrebbero trainare l’economia sarda nel prossimo decennio. Ma il condizionale, qui, è d’obbligo. L’intervento strategico è stato annunciato più di un anno fa, lo sportello arriva solo ora, e nel frattempo la geografia energetica dell’isola non si è spostata di un millimetro.
E dopo la formazione, quale energia?
Il punto è proprio questo: a cosa servono le competenze verdi se la rete si regge ancora sul carbone? La domanda non è retorica, è il cuore del cortocircuito. In Italia ci sono quattro centrali a carbone attive, due spente ma non smantellate e due ancora in servizio in Sardegna. Lo schema è noto: si tiene acceso il fossile per motivi di sicurezza della rete, mentre si annunciano piani di decarbonizzazione che slittano, si aggiornano, si rinegoziano. Senza un cronoprogramma credibile per lo spegnimento delle centrali sarde, e senza un piano industriale che dica cosa ci sarà dopo — idrogeno, accumuli, eolico offshore? — formare tecnici specializzati in tecnologie energetiche nuove rischia di diventare una preparazione per un mercato che ancora non esiste.
Non si tratta di sminuire la scelta della Regione. Mettere risorse sulla formazione è un segnale di consapevolezza: il mismatch di competenze è reale, e se la transizione arriverà, servono professionalità che oggi scarseggiano. Ma il segnale resta sospeso, come un ponte costruito a metà. La Lombardia, con i suoi 10 milioni, interviene in un contesto dove la domanda di green jobs è già misurabile, le imprese hanno commesse, le filiere sono più strutturate. In Sardegna, invece, la formazione precede la domanda: è un azzardo, o forse una scommessa necessaria. L’azzardo, però, ha bisogno di una seconda gamba per reggersi, e quella seconda gamba è la politica energetica. Altrimenti, quando i camini si spegneranno — ammesso che accada — si rischia di scoprire che i tecnici formati con quei 14,5 milioni sono andati a cercare lavoro altrove.
I 14,5 milioni sono un segnale, ma senza un cronoprogramma per lo spegnimento del carbone rischiano di restare un esercizio di formazione senza un vero sbocco occupazionale. La transizione sarda è ancora da scrivere.




