Il progetto da 25 MW nella raffineria bp punta a ridurre 23.000 tonnellate di CO₂ all’anno

Cinque moduli containerizzati da 5 MW ciascuno, forniti da Plug Power. È il cuore pulsante del nuovo impianto di idrogeno verde che la joint venture Castellón Green Hydrogen – partecipata da Iberdrola e bp – ha appena avviato alla fase di test nel polo industriale di Castellón. Sembra un dettaglio da scheda tecnica, ma è la scelta che farà la differenza: la tecnologia a membrana a scambio protonico, nota come PEM, è la stessa su cui si stanno concentrando decine di progetti in tutta Europa. Con una capacità complessiva di 25 MW, l’impianto produrrà circa 2.800 tonnellate di idrogeno verde all’anno, destinate direttamente alla raffineria bp della zona. Un banco di prova per chi progetta, installa e gestisce macchinari di taglia industriale, ma anche un termometro della maturità di un intero settore.

I numeri dell’elettrolisi: cinque moduli PEM da 5 MW

L’architettura dell’impianto è lineare quanto ambiziosa. Cinque elettrolizzatori PEM indipendenti, ognuno da 5 MW, alloggiati in container standard. La membrana polimerica che separa anodo e catodo consente densità di corrente elevate e tempi di risposta nell’ordine del secondo: un vantaggio concreto quando la fonte di energia è rinnovabile e intermittente, perché l’elettrolizzatore può seguire le variazioni della generazione senza degradarsi come accadrebbe con tecnologie alcaline tradizionali. La potenza installata di 25 MW non è la più alta in assoluto in Europa, ma la configurazione modulare apre a strategie di manutenzione e scaling più flessibili, un tema che chi gestisce impianti industriali conosce bene.

Le 2.800 tonnellate annue attese rappresentano un volume significativo per l’autoconsumo di raffineria, dove l’idrogeno serve a processi di desolforazione e cracking. Non si tratta di un progetto pilota da laboratorio: stiamo parlando di produzione continuativa integrata in un ciclo produttivo reale, con logiche di esercizio e vincoli di fornitura che assomigliano molto a quelli di un’utility. Il progetto ha ottenuto 15 milioni di euro dal Piano di Ripresa, Trasformazione e Resilienza della Spagna, un incentivo pubblico che ha coperto una parte dell’investimento iniziale. Ma l’elettrolizzatore da solo non basta: bisogna fare i conti con l’impatto reale su emissioni, occupazione e territorio.

23.000 tonnellate di CO₂ in meno: il conto ambientale

La risposta arriva dai numeri ambientali e sociali. Secondo i dati diffusi da Iberdrola, l’impianto eviterà circa 23.000 tonnellate di emissioni di CO₂ all’anno, l’equivalente di quanto emettono 5.000 automobili nello stesso periodo. Un’analogia che aiuta a tarare l’ordine di grandezza: non stiamo parlando della decarbonizzazione di una megalopoli, ma di un intervento chirurgico su un singolo sito industriale particolarmente energivoro, che da solo può togliere dall’atmosfera una quantità di anidride carbonica paragonabile al parco auto di una piccola città.

La costruzione dell’impianto, avviata lo scorso anno, ha mobilitato fino a 500 posti di lavoro nella fase di cantiere. Un indotto temporaneo ma non trascurabile per il territorio valenciano, che vede nella transizione energetica una leva di reindustrializzazione. Resta da capire quanti di quei posti si trasformeranno in occupazione stabile una volta a regime: la manutenzione di elettrolizzatori e sistemi ausiliari richiede competenze specializzate, ma in numeri molto più contenuti. Il vero nodo, però, è un altro: tutto questo si regge su un castello di finanziamenti pubblici che solleva interrogativi precisi sulla replicabilità dell’iniziativa in assenza di incentivi analoghi.

I soldi dell’IPCEI e la scalabilità del modello

La vera domanda è se il modello Castellón sia replicabile altrove, o se resti un esperimento finanziato a debito pubblico. Il Ministero per la Transizione Ecologica e la Sfida Demografica, per tramite dell’Istituto per la Diversificazione e il Risparmio Energetico (IDAE), ha approvato a giugno di quest’anno la riallocazione di fino a 211 milioni di euro di fondi IPCEI Hy2Use al progetto di Castellón. Si tratta di una cifra che supera di oltre dieci volte il contributo già incassato dal piano di ripresa spagnolo e che cambia radicalmente la sostenibilità economica dell’operazione.

Gli IPCEI – Important Projects of Common European Interest – nascono proprio per sostenere progetti che il mercato da solo non finanzierebbe, e quello dell’idrogeno verde ne è un esempio da manuale: costi di produzione ancora elevati, infrastrutture di trasporto inesistenti, domanda industriale incerta. L’intervento pubblico è legittimo, ma introduce una dipendenza strutturale che chi progetta e gestisce impianti dovrà mettere in conto. La tecnologia PEM funziona, i rendimenti sono quelli attesi, ma senza un quadro di sostegno stabile – e senza un prezzo della CO₂ che renda competitivo l’idrogeno verde rispetto al grigio – la replicazione su larga scala resta un’incognita.

Già nel settembre 2024 Plug Power aveva annunciato l’ordine per 25 MW di elettrolizzatori PEM per la raffineria bp di Castellón, un contratto che da solo fotografava la scommessa industriale in corso. Ora, con i test in fase di avvio, quella scommessa si concretizza. Per chi installa e gestisce, Castellón è un banco di prova: la tecnologia funziona, ma la vera partita si gioca sulla continuità dei finanziamenti e sulla capacità di trasformare un progetto bandiera in un business replicabile senza stampelle pubbliche.