La produzione cinese di wafer cresce del 10% a giugno, aggravando l’eccesso di offerta già record
Quattro settimane consecutive di ribassi non sono una notizia — sono un trend. Ma quando il prezzo FOB di una cella TOPCon M10 tocca $0,0440/W, con un calo del 2,44% in sette giorni, la domanda per chi progetta impianti non è più «quanto costa», ma «quanto durerà a questo prezzo?». Nei giorni scorsi, il rapporto OPIS Global Solar Markets ha certificato la quarta settimana consecutiva di discesa per i prezzi FOB Cina delle celle TOPCon: il formato M10 ha perso il 2,44% toccando $0,0440/W, mentre le 210R sono scese del 2,17% a $0,0450/W. Dietro queste cifre a due decimali non c’è soltanto la stagionalità di un mercato maturo: c’è una macchina produttiva che nessuno riesce a fermare, e che continua a pompare wafer sul mercato malgrado i magazzini già pieni.
La fabbrica che non si ferma
A spiegare l’accelerazione della discesa dei prezzi non è un singolo fattore, ma una combinazione di scelte produttive e normative che si sono incastrate nel momento peggiore. Il dato più rilevante arriva dal segmento dei wafer: secondo fonti del settore, la produzione in Cina a giugno 2026 è attesa in crescita di circa il 10% su base mensile, in rialzo rispetto ai circa 50 GW già tagliati a maggio. Con i magazzini delle celle ancora gonfi e la domanda finale ferma, immettere altra capacità a monte significa soltanto una cosa: pressione aggiuntiva su prezzi già in caduta libera.
A questo si somma un intervento normativo che sta producendo effetti opposti a quelli sperati. A partire dal 1° aprile 2026, Pechino ha rimosso i rimborsi fiscali all’esportazione per i prodotti solari fotovoltaici — una decisione che nelle intenzioni doveva frenare la corsa al dumping, ma che nella pratica ha spinto i produttori a svuotare i magazzini prima della scadenza, innescando un’ulteriore ondata di offerta a prezzi ribassati. Il risultato è una curva dei prezzi che non accenna a invertire la rotta: già a fine marzo 2026, secondo il rapporto OPIS, le celle TOPCon M10 FOB Cina erano scese per la terza settimana di fila a $0,0558/W — un livello che allora sembrava un pavimento, e che oggi appare soltanto come una tappa intermedia di una discesa più lunga.
L’illusione del controllo governativo
Se i prezzi crollano nonostante gli annunci di Pechino, è perché a monte la sovracapacità non concede tregua. L’accumulo di inventario nel segmento del polisilicio cinese è proseguito senza segni di inversione per tutto maggio 2026, mentre i volumi di ordini per transazione dai principali produttori di lingotti e wafer sono rimasti, secondo quanto riferisce un produttore, estremamente limitati — un riflesso diretto degli sforzi a valle per minimizzare le perdite da inventario. In altre parole, l’intera filiera sta cercando di alleggerire le scorte, ma nessuno vuole essere il primo a fermare le linee produttive.
Il paradosso è che il governo cinese ha già provato a mettere ordine. Ad aprile 2026, il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione ha annunciato un’azione coordinata per contrastare la sovracapacità nel settore fotovoltaico — un pacchetto che include controllo della capacità produttiva, standardizzazione, applicazione dei prezzi, vigilanza sulla qualità e fusioni tra imprese. Un arsenale di strumenti che sulla carta dovrebbe riportare razionalità in un mercato che sforna più celle di quante il mondo riesca a installare. Eppure, a distanza di tre mesi, i numeri raccontano un’altra storia: la produzione di wafer continua a salire, le scorte di polisilicio a crescere, e i prezzi delle celle a scendere. Il «pugno duro» di Pechino, per ora, assomiglia più a un gesto simbolico che a una terapia d’urto.
Due mondi, due prezzi, una scelta
Dall’altra parte del Pacifico, la stessa cella solare ha un prezzo completamente diverso. Mentre in Cina una TOPCon M10 viaggia a $0,0440/W FOB, i moduli solari negli Stati Uniti vengono scambiati a circa sei volte il prezzo cinese — un multiplo che non ha precedenti recenti e che riflette non soltanto costi logistici e dazi, ma un’intera architettura di protezione commerciale. Lo scorso 27 marzo, la Commissione per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti ha aperto un’indagine Section 337 su celle e moduli TOPCon — un procedimento che potrebbe portare a ordini di esclusione doganale per l’intera filiera globale della tecnologia a contatti passivati, con conseguenze potenzialmente più dirompenti dei semplici dazi antidumping.
Per uno sviluppatore di impianti, la scelta non è mai stata così netta. Da un lato c’è il mercato cinese: ipercompetitivo, saturo di offerta, con prezzi che schiacciano i margini dei produttori ma garantiscono convenienza immediata a chi compra. Dall’altro c’è il mercato statunitense: protetto da barriere normative, con prezzi sei volte superiori, ma con una stabilità che rende finanziabile un progetto su vent’anni senza l’incubo di un fornitore che chiude i battenti a metà costruzione. Non è più una questione di costo contro qualità: è una partita tra convenienza immediata e resilienza geopolitica.
Il messaggio per chi installa oggi è chiaro. Il prezzo di una cella TOPCon non misura soltanto il costo dei watt: misura il rischio di una filiera globale che oscilla tra eccesso cronico e frammentazione commerciale. La vera domanda non è se i prezzi scenderanno ancora la prossima settimana — probabilmente sì — ma quanto peserà, nel conto economico di un impianto completato nel 2027, la scelta di aver puntato tutto sul prezzo più basso, in un mondo dove il prezzo più basso rischia di diventare, all’improvviso, il prezzo inaccessibile.




