Lo studio di GE Vernova avverte che senza potenziamenti della rete si rischia di sprecare 82 TWh l’anno
Ogni anno, da qui al 2050, l’Italia potrebbe buttare via 82 TWh di energia rinnovabile — tanta quanta ne consuma l’intera Lombardia in dodici mesi. Non è una profezia, ma il risultato a cui arriva uno studio di scenario firmato da chi le reti elettriche le costruisce. E mentre quella cifra resta sospesa come un macigno sulla transizione italiana, nei giorni scorsi a Noventa di Piave si tagliava il nastro di un laboratorio rinnovato. GE Vernova ha annunciato il 30 giugno scorso il completamento della modernizzazione del suo centro di ricerca e sviluppo ad alta tensione, un intervento da circa 7,2 milioni di dollari spalmati su quattro anni. Un investimento positivo, nessuno lo nega. Ma il contrasto tra la festa veneta e la minaccia che grava sul sistema elettrico italiano è talmente stridente da meritare più di uno sguardo.
Il paradosso di Noventa
Il laboratorio CEME di Noventa esiste dal 1973 e oggi impiega più di 300 persone. L’azienda prevede di aggiungere una quindicina di assunzioni all’anno, un segnale di vitalità in un tessuto industriale che di buone notizie ne riceve poche. Dentro quelle mura si sviluppano tecnologie per reti elettriche più affidabili e flessibili, componenti che servono a far viaggiare l’energia senza intoppi. L’operazione appena conclusa rientra, stando alle parole dell’azienda, in un più ampio programma di investimenti in conto capitale e ricerca e sviluppo che toccherà gli 11 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2028. Numeri che fanno impressione, finché non si guarda a cosa resta fuori.
Perché la domanda vera non è se 7,2 milioni siano tanti o pochi in assoluto, ma se siano proporzionati alla scala del problema che l’Italia ha davanti. Lo stesso soggetto che ha appena ammodernato il laboratorio veneto ha firmato, in passato, un documento in cui si ammette che senza un’accelerazione drastica dei potenziamenti della rete, la riduzione forzata della produzione da fonti rinnovabili — il cosiddetto curtailment, l’energia che c’è ma non si può usare perché la rete non la regge — potrebbe raggiungere appunto 82 TWh all’anno entro metà secolo. Quando un’azienda spende sette milioni per un laboratorio e al contempo è la stessa a certificare che il fabbisogno di investimenti infrastrutturali è di un altro ordine di grandezza, il paradosso è servito. La domanda inevasa è: chi sta davvero investendo alla scala che serve?
La corsa globale (e l’Italia resta indietro?)
Basta spostare lo sguardo oltreoceano per capire che la partita si gioca su tutt’altri importi. Già nel settembre 2025 Hitachi Energy aveva messo sul tavolo un piano di investimenti per oltre 1 miliardo di dollari destinato esclusivamente agli Stati Uniti, per espandere la produzione di infrastrutture critiche di rete. Di quella cifra monstre, circa 457 milioni sono stati indirizzati a un nuovo impianto per grandi trasformatori di potenza a South Boston, in Virginia. Un singolo stabilimento americano vale più di sessanta volte l’ammodernamento del laboratorio di Noventa.
Anche restando dentro i confini italiani di GE Vernova, il quadro non cambia granché. Lo scorso marzo l’azienda aveva annunciato altri 30 milioni di dollari per l’espansione dello stabilimento di Sesto San Giovanni. Sommati al laboratorio veneto, fanno oltre 37 milioni di investimenti italiani nell’elettrificazione per il solo 2026. Cifre rispettabili, che portano lavoro e innovazione. Ma restiamo nell’ordine delle decine di milioni, mentre il benchmark competitivo internazionale viaggia sui miliardi. L’Italia, che pure vede un quarto della propria capacità elettrica abilitata proprio dalla tecnologia GE Vernova, sembra osservare da lontano una corsa che altrove viene finanziata con ben altra determinazione. E dire che il nostro è un Paese dove il rischio blackout non è un’ipotesi da scenario estremo, ma un fantasma che ogni estate torna a bussare.
Il conto alla rovescia degli 82 TWh
Quel numero — 82 TWh — non è un esercizio statistico. Arriva da un white paper di GE Vernova che traccia una possibile rotta per centrare gli obiettivi climatici italiani al 2030 e al 2050. Dentro c’è una roadmap, un sentiero stretto fatto di scadenze e interventi sulla rete di trasmissione. Ma c’è anche l’avvertimento: se gli upgrade non accelerano, la quantità di rinnovabile che verrà tagliata fuori dal sistema crescerà a dismisura. Significa pale eoliche ferme, impianti fotovoltaici scollegati nelle ore di massima produzione, energia pulita che semplicemente non arriva dove serve perché i cavi non bastano. Significa, tradotto in politica industriale, che ogni euro speso per installare nuova capacità rinnovabile rischia di essere un euro sprecato se poi la rete non è in grado di assorbirla.
La modernizzazione di un laboratorio di ricerca, per quanto benvenuta, non scalfisce questo problema. Né lo fanno i 30 milioni di Sesto San Giovanni. Sono tasselli di un mosaico che resta drammaticamente incompleto. Il punto non è se GE Vernova stia facendo abbastanza — l’azienda fa la sua parte di mercato — ma se l’Italia, come sistema-Paese, abbia la lucidità di riconoscere che la vera emergenza non è produrre più rinnovabili, ma costruire l’infrastruttura che permetta di usarle. La festa di Noventa è legittima. Ma i brindisi non riparano una rete elettrica, né tantomeno cancellano i 82 TWh che, anno dopo anno, potrebbero restare solo una voce sulla carta. Chi si farà carico di evitare che l’Italia si paralizzi tra rinnovabili inutilizzate e rete obsoleta? La risposta, al momento, non abita qui.
La vera sfida non è inaugurare laboratori, per quanto moderni. È accelerare sulla rete di trasmissione prima che quei 82 TWh diventino realtà contabile. E il tempo, stando alle proiezioni, non è dalla nostra parte.




