Regno Unito: 283 GW in coda per la rete, fino a 9 anni di autorizzazioni per l’eolico onshore.

La Gran Bretagna ha 283 GW di progetti di generazione e storage in coda per la connessione alla rete: più del 250% della capacità installata nell’intero Paese. Non è una gara a chi produce di più: è un ingorgo autorizzativo e di rete. E nel 2024 l’Europa ha tagliato 72 TWh di elettricità prevalentemente rinnovabile perché la rete non reggeva, un volume equivalente al consumo annuo dell’Austria, secondo un rapporto di Aurora Energy Research pubblicato nel 2025. Il numero dell’ingorgo non torna: se i progetti sono già lì, il collo di bottiglia sta altrove.

L’aritmetica della coda: 283 GW in attesa

Il dato britannico va letto in proporzione: 283 GW in coda equivalgono a più di due volte e mezzo la capacità di generazione e storage già in esercizio. Significa che la gran parte della futura capacità rinnovabile è ferma prima ancora di nascere. E non è un’anomalia isolata. La Commissione europea segnala che, a metà 2026, esistevano code di connessione alla rete in almeno 16 Paesi dell’UE. Il problema non riguarda solo i grandi parchi: circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi, incluse 1,5 milioni di installazioni domestiche, rischiano di non ottenere un accesso tempestivo alla rete entro il 2030. Su scala globale, secondo l’IEA, più di 2.500 GW di progetti sono bloccati nelle code di connessione: rinnovabili, storage e carichi pesanti come i data centre.

Il collo di bottiglia non è la turbina, è la procedura

Dietro quei numeri c’è una scelta di gestione: il modello first-come, first-served. In Gran Bretagna, il precedente sistema di assegnazione basato sul primo arrivato, primo servito ha portato la coda di connessione a crescere di dieci volte in cinque anni, lasciando più di 700 GW di progetti di generazione e storage in attesa di accesso alla rete. Il meccanismo assegna la connessione in base all’ordine di presentazione della domanda: chi arriva prima, si allaccia prima. Ma quando la domanda esplode, la fila si allunga più in fretta di quanto la rete riesca ad assorbirla.

Poi ci sono i tempi delle autorizzazioni: secondo l’IEA, i tempi di permesso possono arrivare fino a 9 anni per l’eolico onshore e a circa 5 anni per il solare su scala utility in alcune giurisdizioni. Anche in Gran Bretagna il quadro è peggiorato: il tempo necessario per ottenere un Development Consent Order è aumentato di circa il 65% in un solo decennio. Il numero racconta un irrigidimento strutturale: per un parco eolico o un impianto utility il percorso autorizzativo è diventato più lungo proprio quando la domanda di connessione cresceva.

Il contesto europeo dà la misura del problema. Secondo il Parlamento europeo, l’UE importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico totale. E la direttiva europea sulle energie rinnovabili (RED III) fissa un obiettivo vincolante del 42,5% di rinnovabili sul consumo finale lordo di energia entro il 2030. L’obiettivo è definito, ma la distanza tra la potenza in coda e la rete disponibile racconta un’altra storia: senza una griglia in grado di assorbirli, i gigawatt autorizzati restano sulla carta.

Chi installa oggi: tempi certi o capacità reale?

Le riforme provano a rispondere sul fronte procedurale. Il Parlamento europeo sostiene limiti di un anno per le autorizzazioni di distribuzione e di due anni per quelle di trasmissione, con un meccanismo di approvazione tacita automatica quando le autorità non rispondono entro i termini. In pratica, se l’autorità competente resta in silenzio oltre la scadenza, il permesso si considera concesso: un cambio di incentivo che sposta il costo dell’inerzia dall’operatore che chiede la connessione all’amministrazione che deve rispondere.

Ma una corsia più rapida per i permessi non risolve l’altro lato del problema: la capacità fisica della rete. Secondo l’IEA, soddisfare la domanda di elettricità al 2030 richiederà un aumento di circa il 50% dell’investimento annuo globale in reti, partendo da un livello di circa 400 miliardi di dollari. Qui sta il trade-off concreto per chi installa o gestisce un impianto o un data centre: tempi certi di autorizzazione da un lato, capacità di connessione realmente disponibile dall’altro. Una coda più rapida senza una rete adeguata non rischia di spostare l’ingorgo dal permesso al punto di connessione?

La transizione non sta fallendo per mancanza di progetti: sta fallendo per procedure e reti che non tengono il passo. Per chi installa o gestisce impianti, il campo di battaglia si è spostato dalla tecnologia ai tempi certi di connessione. Ma la certezza dei permessi senza capacità di rete rischia di trasformare la coda in un’altra attesa, solo più a valle.