La fila supera la capacità al 2030, ma il nodo è scegliere progetti e regole.

Il numero che spiega la transizione elettrica del Regno Unito non riguarda le turbine installate né i pannelli posati, ma la fila davanti alla porta della rete. La coda di connessione supera i 738 GW, a fronte dei 200–225 GW di capacità di generazione pulita necessari entro il 2030. È il dato da cui partire per leggere il tema sollevato a fine agosto in un podcast sulla trasparenza della rete per l’eolico offshore britannico: la questione non è trovare impianti da costruire, ma decidere quali collegare, quando e con quale grado di certezza. A distanza di oltre due mesi da quella discussione, il punto merita un’analisi più che una cronaca.

Una coda tre volte più lunga del necessario

Secondo la pagina di NESO dedicata alla riforma delle connessioni, la capacità in attesa di allacciamento vale più del triplo di quella che servirebbe per centrare l’obiettivo di energia pulita al 2030. Per capire cosa significhi, conviene chiarire come funziona una coda di connessione: ogni progetto di generazione, che sia un parco eolico offshore o un impianto di altro tipo, deve ottenere un punto e una data di allaccio alla rete di trasmissione. Finché quella data non c’è, il progetto resta sulla carta, per quanto avanzato sia sul piano autorizzativo o finanziario.

Una coda di 738 GW contro un fabbisogno di 200–225 GW dice una cosa precisa: il sistema non soffre di carenza di iniziativa privata, ma di un ingorgo all’ingresso. Gran parte di quei gigawatt non si tradurrà mai in elettroni immessi in rete, ma nel frattempo occupa posizioni, blocca capacità teorica e allunga i tempi per chi è davvero pronto a costruire. Il lavoro da fare, quindi, è di selezione e sequenziamento. E qui si apre la domanda che regge tutto il resto: se i progetti in fila sono così tanti, chi stabilisce l’ordine di accesso, e con quali regole?

Date più rigide, investitori più nervosi

La risposta del regolatore va nella direzione della disciplina. Ofgem, come si legge in un intervento sul passaggio a una rete riformata, punta a imporre «ambitious, deliverable connection dates», cioè date di connessione ambiziose ma realizzabili, rafforzando le regole sulle tempistiche. La logica tecnica è comprensibile: una data di allaccio che può slittare senza conseguenze non è un impegno, è un’opzione. E una coda piena di opzioni non esercitate è esattamente ciò che gonfia i numeri fino a 738 GW. Vincolare le date significa rendere costoso restare in fila senza avanzare, e quindi liberare spazio per chi è in grado di consegnare.

Il problema è che ogni intervento sulle regole tocca progetti già in corso, con piani di sviluppo, contratti e squadre dimensionati su un certo calendario. Una dichiarazione congiunta riportata da NESO nella timeline della riforma delle connessioni lo dice in modo esplicito: qualsiasi modifica dei tempi «creates uncertainty, particularly in relation to resourcing and investment». In altre parole, l’incertezza si scarica su due voci concrete: le risorse, ossia persone, fornitori e capacità di cantiere da prenotare con anni di anticipo, e gli investimenti, che per impianti di grande taglia dipendono dalla prevedibilità del momento in cui l’energia potrà essere venduta.

Ne esce un paradosso difficile da aggirare. Per dare più certezza al sistema, il regolatore deve cambiare le regole; ma cambiare le regole, specie a processo avviato, toglie certezza proprio a chi dovrebbe beneficiarne. Non è una contraddizione nelle intenzioni, è un trade-off strutturale tra ordine e stabilità. Resta però una domanda aperta: l’incertezza nasce dalle regole in sé, o dal fatto che gli operatori non sanno con precisione dove la rete abbia davvero spazio?

Il vero deficit è informativo

Uscendo dal caso britannico, lo stesso ingorgo si ritrova in buona parte del continente. Già a dicembre 2025, il pacchetto europeo sulle reti presentato dall’UE indicava la «lack of transparency on available capacity», la mancanza di trasparenza sulla capacità disponibile, come una delle cause principali delle code di connessione, all’epoca presenti in almeno 16 Stati membri. È una diagnosi diversa da quella puramente regolatoria: prima ancora delle scadenze, conta sapere quanta capacità c’è, dove si trova e quando si libera.

Il collegamento con il dibattito britannico è diretto. Se uno sviluppatore non vede con chiarezza la mappa della capacità di rete, tende a presentare più richieste del necessario, in più punti, per coprirsi dal rischio. Ogni richiesta difensiva allunga la coda, e una coda più lunga rende più incerte le date di tutti. In questo schema, regole più severe sulle tempistiche agiscono sul sintomo; la trasparenza sulla capacità agisce su una delle cause.

Per chi sviluppa o gestisce impianti la scelta è concreta. Date di connessione più vincolanti promettono un ordine di accesso affidabile, ma riducono la flessibilità e, se arrivano come cambio di regole in corsa, pesano su risorse e investimenti. Senza una visione chiara di dove la rete abbia capacità reale, il rischio è che la fila resti sproporzionata rispetto al fabbisogno e che la certezza continui a essere il bene più scarso dell’intera filiera.