Nel 2025 il fotovoltaico cresce del 25,1% e supera i 44 TWh, domanda elettrica ferma.
Basta guardare i tetti del quartiere: pannelli dove pochi anni fa c’erano solo tegole, capannoni ricoperti di moduli, campi fotovoltaici lungo le provinciali. Viene spontaneo chiedersi perché, se in Italia si produce sempre più energia dal sole, il modo in cui la usiamo sembri rimasto lo stesso. Prendiamo una giornata limpida, verso mezzogiorno: gli impianti lavorano al massimo, ma case, uffici e fabbriche consumano più o meno come in qualsiasi altra ora. È qui che si apre la questione. Come spiega un’analisi pubblicata da QualEnergia.it a inizio settembre, il nuovo collo di bottiglia delle rinnovabili in Italia non è soltanto la velocità con cui si costruiscono gli impianti, ma la capacità del sistema di assorbirne la produzione, soprattutto nelle ore in cui fotovoltaico ed eolico generano di più.
Più sole, stessi consumi: il bilancio del 2025
I numeri dell’anno scorso confermano l’intuizione. Nel 2025 il fotovoltaico italiano ha registrato una crescita del 25,1% e ha superato per la prima volta i 44 TWh annui. Nello stesso periodo, la domanda non si è mossa: secondo Terna, citata da un approfondimento di Renewable Matter sui dati 2025, i consumi elettrici italiani sono stati pari a 311,3 TWh, un valore sostanzialmente equivalente a quello del 2024.
Da una parte, quindi, un’offerta che cresce di un quarto in un solo anno; dall’altra, un fabbisogno fermo. Finché i nuovi impianti andavano a sostituire produzione fossile, il conto tornava facilmente. Ma se la produzione solare si concentra in poche ore e la domanda in quelle ore non aumenta, la domanda diventa un’altra: dove finisce quell’energia in più, e chi ne sostiene il costo?
Quando l’energia vale meno di zero
La risposta più sorprendente è che, in certe ore, produrre elettricità non vale nulla, anzi vale meno di nulla. Sono i cosiddetti prezzi negativi: momenti in cui l’offerta è così abbondante rispetto alla richiesta che i produttori, pur di immettere energia in rete, si trovano di fatto a pagare. Secondo un’analisi di BCG diffusa a maggio, le ore con prezzi negativi sono più che raddoppiate, passando da circa 200 nel 2020 a oltre 500 nel 2025. Nello stesso anno la perdita di valore per i produttori ha superato i 14 miliardi di dollari. Va detto che questi dati descrivono una tendenza dei mercati elettrici più ampia e non vanno letti come una fotografia esclusivamente italiana; e soprattutto non dicono nulla, di per sé, sulle bollette delle famiglie, che dipendono da molte altre voci.
Il fenomeno ha un nome tecnico: effetto cannibalizzazione. Più impianti dello stesso tipo producono nelle stesse ore, più abbassano il prezzo proprio quando generano, erodendo i propri ricavi. In Italia ha anche una geografia precisa. Come ricostruisce un altro articolo di Renewable Matter, l’effetto emerge maggiormente nel Mezzogiorno, dove i picchi di sole e vento incontrano un’esigua domanda elettrica delle industrie, concentrate soprattutto al Nord. In pratica, l’energia si produce meglio dove se ne consuma meno.
Le conseguenze arrivano fino agli investimenti. Un impianto si finanzia sulla base dei ricavi attesi negli anni: se una quota crescente della produzione viene venduta a prezzi bassissimi o negativi, i conti diventano più incerti e le banche più prudenti. È la sintesi dell’analisi di QualEnergia.it: senza elettrificazione e flessibilità aumentano surplus, prezzi depressi e difficoltà a finanziare nuovi impianti a fonti rinnovabili. Il paradosso è che il successo del solare rischia di rallentare il solare stesso. La soluzione, però, non è installare meno pannelli: è capire perché si usa così poca elettricità.
La leva che manca: elettrificare
Il pezzo mancante dell’equazione sta dal lato di chi consuma. Secondo la Commissione europea, nell’Unione l’elettricità rappresenta solo il 23% del consumo finale di energia. Il resto passa per gas, petrolio e altri combustibili: caldaie, auto a benzina e gasolio, processi industriali alimentati a fonti fossili. L’Electrification Action Plan europeo fissa obiettivi precisi per cambiare questa proporzione: 32% entro il 2030 e 46% entro il 2040.
Il contrasto con il lato della produzione è evidente. In alcuni sistemi elettrici europei eolico e solare sono arrivati a coprire quote molto alte: un’inchiesta di Euronews sul boom del solare riporta il caso di un Paese in cui hanno rappresentato il 42 per cento del mix complessivo, con investitori in allarme e prezzi negativi sempre più frequenti. L’energia pulita, insomma, c’è già. Quello che manca sono i consumi elettrici per assorbirla e la flessibilità per usarla quando abbonda.
Per chi deve fare una scelta, la traduzione è abbastanza concreta. Spostare dove possibile i consumi verso le ore centrali della giornata, quando la produzione solare è al massimo, significa usare energia che altrimenti finirebbe in eccedenza. E quando arriva il momento di sostituire una caldaia, un’auto o un macchinario, valutare l’alternativa elettrica vuol dire allargare proprio quella domanda che oggi è il vero limite del sistema. Non sempre è la scelta più conveniente nell’immediato, e i conti vanno fatti caso per caso. Ma è prevedibile che nei prossimi anni flessibilità ed elettrificazione diventino sempre più centrali, sia nelle offerte dei fornitori sia nelle politiche pubbliche: la fase in cui bastava costruire impianti è alle spalle, quella in cui conta come e quando si consuma è appena cominciata.




