Ricerca pubblica cerca aziende con impianti attivi per dati sul campo; aste italiane da 991 kW a 30 MW.
Chi ha guardato il Trasimeno negli ultimi tempi si è fatto, almeno una volta, una domanda semplice: se l’acqua cala così tanto, ha senso coprirne una parte con pannelli solari galleggianti? È una domanda da bar, da riunione di condominio, da consiglio comunale. E non ha ancora una risposta solida, al punto che perfino la ricerca pubblica ha scelto di partire da qui. Lo scorso settembre Rse, Ricerca sul Sistema Energetico, società pubblica del gruppo Gse, ha avviato una manifestazione di interesse per trovare partner con cui studiare il fotovoltaico galleggiante, come ha raccontato un approfondimento di QualEnergia.it sull’iniziativa. L’obiettivo dichiarato è capire dove questi impianti possono avere senso sul territorio, quali impatti ambientali possono avere e quali requisiti tecnici e operativi servono per gestire i progetti.
Pannelli sul lago in secca: la domanda che nessuno sa ancora chiudere
Il caso umbro è quello che ha reso la questione concreta. Secondo quanto riportato da Nilo Arcudi e ripreso in un articolo dedicato all’ipotesi umbra sul Trasimeno, il lago era sceso a meno 191 centimetri rispetto allo «zero idrometrico», cioè il suo normale livello di equilibrio, con il rischio di arrivare a meno 200 entro la fine di quel mese. In quel contesto si è cominciato a parlare di pannelli sull’acqua: un’idea che piace perché promette energia pulita senza consumare suolo agricolo, e che in molti hanno letto anche come un modo per limitare l’evaporazione.
La stessa QualEnergia.it nota che l’esigenza di approfondire gli aspetti tecnologici e ambientali del solare galleggiante è emersa proprio nel dibattito umbro sul lago. Ed è qui che la storia diventa interessante: se un ente di ricerca pubblico, che fa parte dello stesso gruppo che gestisce gli incentivi alle rinnovabili, deve cercare partner per capire come funzionano questi impianti, che cosa manca esattamente alla conoscenza attuale?
Le lacune scritte nero su bianco
La risposta, in buona parte, era già disponibile. A gennaio 2026 il Task 13 dell’IEA PVPS, il gruppo di lavoro internazionale che si occupa di prestazioni e affidabilità del fotovoltaico, ha pubblicato un fact sheet sugli impianti fotovoltaici galleggianti. Mettendolo accanto alle priorità di Rse, il confronto è quasi una sovrapposizione: monitoraggio delle prestazioni, affidabilità dei componenti e degli ancoraggi, strategie di gestione e manutenzione, impatti ambientali. Sono esattamente i vuoti che la comunità di ricerca internazionale sul galleggiante ha segnalato.
Tradotto per chi non lavora nel settore: sappiamo che i pannelli sull’acqua producono energia, ma abbiamo pochi numeri affidabili su quanto rendano nel tempo rispetto a quelli a terra, su come reggano onde, vento e variazioni di livello (cosa non da poco per un lago che oscilla di quasi due metri), su quanto costi e quanto sia complicato mantenerli, e su che cosa succeda sotto, nell’acqua e tra gli animali. Non è un dettaglio tecnico: sono le voci che determinano se un impianto conviene e se è accettabile.
Per questo è significativa la scelta di metodo di Rse. Come riporta pv magazine Italia nel suo resoconto sull’avviso, l’iniziativa rientra nel piano triennale della Ricerca di Sistema Elettrico, nel progetto dedicato alle tecnologie innovative per il fotovoltaico, e punta ad acquisire evidenze sperimentali direttamente da impianti già in esercizio. In altre parole, non bastano i modelli e le simulazioni: la risorsa scarsa sono i dati raccolti sul campo, e per averli servono aziende che quegli impianti li gestiscono davvero.
Sul Trasimeno il tema pesa ancora di più. Come ricorda Legambiente Umbria nella sua presa di posizione, il lago è area naturale protetta, sito Ramsar e zona Natura 2000, e qualunque ipotesi di impianto galleggiante andrebbe sottoposta a una valutazione di impatto ambientale su acqua, fauna e avifauna. Il problema è che quella valutazione, oggi, dovrebbe poggiare su una base di conoscenze che la stessa ricerca internazionale considera incompleta. Il mercato, però, non resta fermo ad aspettare.
Da 991 kW a 30 MW: il segnale per chi deve decidere
I numeri delle aste raccontano un interesse che cresce. Secondo i dati del GSE riportati da pv magazine in un articolo del 23 ottobre, la prima asta FER2 dedicata al fotovoltaico galleggiante aveva attirato pochissimi partecipanti e assegnato appena 991 kW sui 50 MW disponibili: meno del 2%. La seconda tornata, invece, ha coperto l’intera quota di 30 MW con otto progetti. Un esordio deludente seguito da un’asta piena: il segnale che le imprese hanno cominciato a prendere sul serio questa tecnologia, anche con un contingente più piccolo.
Per chi vive vicino a un lago, o per un’impresa che sta valutando di entrare nel settore, la conseguenza pratica è che nei prossimi anni ci saranno più impianti attivi e quindi, se la collaborazione di Rse funzionerà, più dati pubblici su rendimenti, guasti, manutenzione e impatti. Questo non significa che ogni specchio d’acqua sia adatto: un bacino artificiale o una cava allagata pongono problemi molto diversi da un lago naturale protetto. Le valutazioni andranno fatte caso per caso.
Il punto, alla fine, è che non serve scegliere tra entusiasmo e rifiuto. Si può pretendere dati. Quelli che Rse sta cercando di raccogliere dagli impianti già in funzione saranno il metro con cui giudicare ogni nuovo progetto di fotovoltaico galleggiante, Trasimeno compreso: e un dibattito che finora si è nutrito soprattutto di impressioni potrà finalmente contare su qualche prova.




