Il costo delle batterie è calato del 90%, ma la capacità di accumulo su larga scala resta ancora modesta

L’Italia ha poche risorse energetiche e la maggior parte delle forniture sono importate. È un dato strutturale, quasi una condanna geografica. Eppure, ogni estate, quando le temperature salgono e il sole cala, quel limite si trasforma in una trappola quotidiana. Ieri, con l’afa oltre i 40 gradi, il prezzo dell’elettricità è schizzato proprio nell’ora in cui la generazione fotovoltaica si spegne e i condizionatori restano accesi. Le alte temperature che in questi giorni stanno affliggendo tutta Europa, come ha segnalato PV Magazine, stanno producendo «prezzi da capogiro». Non è un incidente. È la fotografia più nitida di un Paese che produce sempre più energia pulita ma che, al buio, respira ancora con un polmone fossile straniero. Secondo l’Alleanza per il Fotovoltaico, nel 2024 il 96% del gas consumato in Italia è stato importato. Vuol dire che quasi ogni metro cubo di metano che tiene accese le centrali termoelettriche nelle ore senza sole arriva da fuori, con rotte e prezzi che non decidiamo noi.

Il paradosso del tramonto

La dinamica è semplice e crudele. Di giorno il fotovoltaico pompa elettricità a costi contenuti; la sera, nel giro di qualche ora, il sistema si ribalta. Bisogna accendere le centrali a gas per coprire il fabbisogno di famiglie e imprese, mentre i condizionatori girano a pieno regime. Il risultato lo abbiamo visto ieri: il prezzo all’ingrosso ha preso una storta quando la produzione solare è scesa. È il paradosso di una transizione che ha gambe robuste nella generazione ma ancora debolissime nell’accumulo. L’Italia sa produrre elettroni verdi, non sa ancora conservarli. E finché non imparerà a farlo su scala nazionale, ogni tramonto estivo rischia di diventare un appuntamento con la volatilità, con le bollette e con la geopolitica del gas.

Eppure i piani ci sono. E sono piani di una certa ambizione, scritti nero su bianco nei documenti che il governo ha presentato in sede europea. Ma tra l’annuncio politico e l’attuazione reale, in Italia, passa di solito una differenza che si misura in anni, in iter autorizzativi e in contenziosi. La domanda diventa allora: con quali risorse e con che tempi? Perché se il problema è chiaro, la soluzione promessa è ambiziosa, ma i numeri dicono che la corsa è appena cominciata.

63%: la scommessa da 65 GW

I numeri ufficiali, quelli che l’Alleanza per il Fotovoltaico ha messo in fila, raccontano un futuro possibile ma tutt’altro che scontato. Oggi le fonti rinnovabili coprono poco più del 42% della generazione elettrica nazionale, un dato fermo al 2023. L’obiettivo per il 2030 è portare quella quota a circa il 63% della domanda. Per riuscirci, l’Italia prevede di dover aggiungere oltre 65 GW di nuova capacità rinnovabile rispetto ai livelli di due anni fa. È uno sforzo industriale imponente, che equivale più o meno a triplicare in otto anni quello che è stato fatto nell’ultimo decennio. Non è fantascienza, ma è una scommessa che si gioca su due tavoli: la velocità delle autorizzazioni e la disponibilità di tecnologie di accumulo a costi sostenibili.

Su questo secondo fronte, le notizie sono migliori di quanto si potesse immaginare. Il costo delle batterie agli ioni di litio è diminuito di circa il 90% dal 2010 al 2023, passando da circa 1.400 dollari per kWh a meno di 140 dollari. E le previsioni indicano un’ulteriore riduzione media di circa il 40% entro il 2030. In Italia, il costo dei sistemi di batterie utility-scale da quattro ore – quelli che servono esattamente a coprire il picco serale – è già calato del 40-45% rispetto al 2022, stando ai dati diffusi dall’Alleanza. Tradotto: la tecnologia non è più un lusso sperimentale, sta diventando una commodity economica. Il che significa che la parte più difficile della transizione, quella di disaccoppiare il consumo di elettricità dalla disponibilità istantanea di sole e vento, comincia ad avere fondamenta economiche solide.

Ma attenzione: il crollo dei prezzi delle batterie è una condizione necessaria, non sufficiente. Perché un conto è installare pannelli e pale eoliche, un altro è costruire la rete di accumulo che deve assorbire l’energia nelle ore centrali della giornata e restituirla quando serve. E in Italia, su questo, siamo ancora in una fase di avvio. La potenza installata di sistemi di accumulo utility-scale è tuttora modesta, e il grosso della capacità di stoccaggio resta affidata agli impianti domestici di piccola taglia, che da soli non bastano a tenere in equilibrio la rete nazionale.

L’accumulo che non c’è (ancora)

Il nodo, però, non è solo quanto accumulare, ma per quanto tempo. Le batterie agli ioni di litio da quattro ore servono a gestire il picco serale, ma non risolvono il problema di eventuali giornate consecutive senza vento o con produzioni ridotte. Per quello servono soluzioni di lunga durata, quelle che gli addetti ai lavori chiamano “long duration storage”. I dati diffusi indicano che queste tecnologie diventeranno una realtà prima del 2030. Ma “prima del 2030” significa che, per almeno tre o quattro estati ancora, il sistema elettrico italiano resterà agganciato alla flessibilità del gas. E intanto ogni nuova ondata di calore, come quella che ci sta investendo in queste ore, metterà alla prova la capacità di tenuta dei prezzi e la pazienza di cittadini e imprese.

Per ora, il verdetto è sospeso. L’Italia ha davanti una traiettoria tecnicamente possibile: aggiungere 65 GW di rinnovabili moltiplicando al contempo la capacità di immagazzinare elettroni. Le batterie costano sempre meno, e questa è forse la migliore notizia di policy degli ultimi cinque anni. Ma il calendario è tiranno. Ogni tramonto d’estate senza accumulo sufficiente ricorda agli italiani che la transizione, per quanto accelerata, è ancora appesa a un gasdotto.