Onuba: oltre 1 miliardo e 300 MW di elettrolisi, Moeve al 51% con Hy24 e COFIDES.
Trecento megawatt di elettrolisi e oltre un miliardo di euro di investimento complessivo, compreso un impianto fotovoltaico costruito apposta per alimentare il sito. Sono questi i numeri del progetto di idrogeno verde che la società energetica spagnola Moeve ha cominciato a costruire a metà settembre. L’avvio del cantiere è stato raccontato dall’amministratore delegato Maarten Wetselaar a Richard Quest in un servizio di CNN pubblicato il 17 settembre 2026. È passato più di un mese e la notizia non è più fresca. Per questo conviene guardarla con un po’ di distanza e fare due domande: chi paga, e chi si prende il rischio.
Trecento megawatt e un miliardo sul tavolo
Nel titolo del servizio di CNN la cifra è di 1,15 miliardi di dollari. Nel servizio Wetselaar spiega come l’azienda intende portare a termine il progetto. Il progetto si chiama Onuba ed è la prima fase della Andalusian Green Hydrogen Valley. Secondo la ricostruzione pubblicata da Hydrogen Europe, avrà una capacità iniziale di elettrolisi di 300 MW e potrà essere ampliata di altri 105 MW. L’investimento congiunto supera il miliardo di euro e comprende le infrastrutture collegate e l’impianto fotovoltaico per l’autoconsumo. La cifra in dollari e quella in euro descrivono lo stesso ordine di grandezza. La seconda però dice anche cosa c’è dentro: non solo gli elettrolizzatori, ma anche l’energia che servirà a farli funzionare.
Su quei 300 megawatt serve una precisazione. Indicano la potenza degli elettrolizzatori, cioè la capacità massima dell’impianto di trasformare elettricità in idrogeno. Non dicono quanto idrogeno uscirà davvero ogni anno, perché questo dipende da quante ore l’impianto resterà in funzione e da quanta energia rinnovabile avrà a disposizione. Le fonti consultate non danno stime di produzione né di prezzo, e quindi non si può dire quanto costerà alla fine un chilo di idrogeno prodotto in Andalusia. Il miliardo resta comunque una somma notevole per un settore che in Europa fatica a decollare. Viene quindi da chiedersi chi se la stia accollando davvero.
Il 51% che racconta il rischio
Passando dalla dimensione dell’investimento alla sua spartizione, il quadro diventa più interessante. Secondo quanto riportato da ESG News, Moeve manterrà il 51% di Onuba, quindi la maggioranza. Due partner strategici, Hy24, società di gestione specializzata in investimenti nell’idrogeno pulito, e COFIDES, istituzione finanziaria spagnola a capitale pubblico-privato, avranno insieme il 29%. Come sia distribuito il restante 20% le fonti non lo dicono. È un dato che manca, e non va riempito con supposizioni.
Anche senza quel tassello, la struttura è chiara. Moeve tiene il controllo del progetto ma non ne sostiene il costo da sola. Accanto a sé ha un investitore specializzato e un’istituzione in cui c’è una componente pubblica. In un progetto industriale è una soluzione frequente, ma nel caso dell’idrogeno verde ha un significato preciso. La spiegazione si trova nel rapporto sulla gestione del rischio nello sviluppo dell’idrogeno dell’associazione tedesca BDEW. Secondo il BDEW, a frenare gli investimenti nell’idrogeno nell’UE non è la mancanza di interesse delle imprese, ma l’insieme dei rischi normativi, economici e infrastrutturali.
Letta accanto a quella diagnosi, la composizione del capitale di Onuba sembra una risposta concreta allo stesso problema. L’interesse c’è, e lo dimostrano sia l’impegno di Moeve sia l’ingresso di Hy24 e COFIDES. Quello che manca è la disponibilità di qualcuno a portare da solo tutto il peso dell’incertezza. Il rischio normativo riguarda le regole che dovranno definire che cosa conta come idrogeno verde e come sarà sostenuto. Il rischio economico riguarda i costi di produzione rispetto alle alternative fossili. Il rischio infrastrutturale riguarda le reti e i collegamenti necessari per portare l’idrogeno a chi lo userà. Quando le incognite sono tante, dividere le quote serve a ridurre l’esposizione di ciascun socio. Così si spiega perché un’azienda che potrebbe tenere tutto preferisca fermarsi a poco più della metà.
Resta una domanda aperta. La ripartizione del rischio ha funzionato per la prima fase, quella che a metà settembre è passata dai documenti al cantiere. Non è detto che lo stesso schema basti per gli sviluppi successivi.
La cifra da guardare: 105
Per capirlo c’è un numero da seguire: 105. Sono i megawatt di elettrolisi in più che Onuba potrebbe aggiungere ai 300 iniziali, secondo le informazioni disponibili. Per ora l’ampliamento è soltanto un’opzione, una parte del progetto che non ha né un cantiere né, stando alle fonti, una data. Proprio per questo sarà un buon indicatore. Se il rischio normativo, economico e infrastrutturale descritto dal BDEW si ridurrà, quei 105 megawatt avranno più possibilità di essere costruiti. Se invece resterà alto, il progetto potrebbe fermarsi alla prima fase.
Quando, e se, l’ampliamento verrà avviato, si capirà qualcosa in più anche sul miliardo investito in Andalusia. Potrebbe rivelarsi un caso isolato, reso possibile dalla divisione del rischio tra più soci. Oppure potrebbe essere il segnale che in Europa gli investimenti nell’idrogeno verde stanno finalmente cominciando a crescere.




