Il sistema ha censito 200 milioni di oggetti ma deve diventare interoperabile per essere utile

Duecento milioni di oggetti. È il numero di infrastrutture già censite nel sottosuolo italiano, un dato che emerge da una dichiarazione di Pietro Marescotti riportata da primo catasto nazionale delle infrastrutture al mondo, il Sistema informativo nazionale federato delle infrastrutture. Un numero che sorprende, ma che racconta solo metà della storia. Oggi il Sinfi compie dieci anni e lo fa con un’ambizione che va ben oltre la fotografia statica del sottosuolo: diventare un gemello digitale capace di dialogare con le reti che attraversano il Paese.

L’anniversario arriva mentre il sistema si prepara a una trasformazione profonda. Come riporta un articolo sullo sviluppo del Sinfi, l’obiettivo dichiarato è ambizioso: diventare il principale strumento digitale per la pianificazione delle reti e lo sviluppo di smart city e smart land. Per farlo, il catasto dovrà smettere di essere un semplice archivio e iniziare a funzionare come un cervello digitale del sottosuolo.

Un catasto (quasi) invisibile

Istituito nel 2016 con il Decreto legislativo n. 33 del 15 febbraio, in attuazione della direttiva europea 2014/61/UE, il Sinfi nasce come registro delle infrastrutture fisiche presenti sopra e sotto il territorio nazionale. Detenute da operatori di telecomunicazioni e da altri soggetti pubblici e privati, queste reti sono la nervatura invisibile su cui viaggiano dati, elettricità e connettività. Già nel 2019, secondo quanto dichiarava Marescotti, erano stati censiti 200 milioni di oggetti.

Un primato mondiale per dimensioni e ambizione, ma anche un paradosso: nonostante la mole di dati, il Sinfi è rimasto per anni uno strumento poco conosciuto fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. L’infrastruttura c’è, è mappata, ma non parla ancora con gli altri sistemi. Ed è qui che si inserisce la partita più importante, quella che si giocherà nei prossimi mesi.

Dai 25 milioni del PNRR all’intelligenza artificiale

La svolta ha un prezzo e un orizzonte temporale precisi: 25 milioni di euro, stanziati dal PNRR e già assegnati all’iniziativa. La cifra è contenuta in un documento ufficiale del Dipartimento per la trasformazione digitale, che descrive il Sinfi come parte integrante della Strategia Italiana per la Banda Ultra Larga 2023–2026. Ma quei 25 milioni non sono un costo di manutenzione: sono il catalizzatore di un salto tecnologico che punta a rendere la piattaforma interoperabile con la Piattaforma Digitale Nazionale Dati, e ad arricchirla con strumenti basati su intelligenza artificiale per la conciliazione e l’arricchimento dei dati geospaziali.

In termini concreti, significa che le reti elettriche e le infrastrutture energetiche già mappate potranno essere incrociate con altre banche dati pubbliche, correggendo sovrapposizioni, errori e lacune. Un’operazione che, se portata a termine, trasforma una mappa in un gemello digitale capace di simulare scenari, ottimizzare i cantieri e ridurre i costi di scavo. Non è un dettaglio tecnico: è il punto in cui il controllo dei dati sulle reti diventa potere negoziale, per chi gestisce infrastrutture e per chi le regola.

Il Sinfi diventa così il terreno di uno scontro silenzioso tra vecchie logiche burocratiche e una nuova potenza digitale. Da un lato, l’integrazione con la PDND promette di abbattere i silos informativi che hanno finora reso difficile per un’impresa sapere esattamente cosa passi sotto un marciapiede prima di aprire un cantiere. Dall’altro, la qualità dei dati rimane il vero discrimine: senza un costante aggiornamento e una verifica automatica, il gemello digitale rischia di restare una fotografia sbiadita di ciò che dovrebbe rappresentare in tempo reale.

Chi troverà il tesoro nel sottosuolo?

Con una mappa completa e intelligente, la pianificazione delle reti elettriche e della banda ultra larga cambia radicalmente. Lo sanno bene gli operatori di telecomunicazioni, che vedono nel Sinfi uno strumento per accelerare la posa della fibra ottica senza duplicare scavi e costi. Lo sanno i gestori delle reti energetiche, per i quali la sovrapposizione tra cavi elettrici e tubature può diventare un fattore di rischio o una leva di efficienza.

Il vero tesoro, però, non sta solo nella mappatura: sta nella capacità di rendere quei dati utilizzabili. I 200 milioni di oggetti censiti sono un punto di partenza, ma il valore si sprigiona quando quei dati diventano interoperabili, aggiornati e incrociati con le esigenze di chi deve investire. La tensione tra la potenza digitale del nuovo Sinfi e le lentezze della macchina amministrativa è il crinale su cui si deciderà il destino di questo strumento.

I prossimi mesi diranno se il Sinfi diventerà la spina dorsale della transizione digitale ed energetica, oppure se resterà un esercizio per addetti ai lavori. La partita è aperta, e si gioca sottoterra.

Nei prossimi mesi, il numero da tenere d’occhio non saranno più i 200 milioni di oggetti, ma quanti di questi saranno realmente interoperabili e utilizzabili dalle imprese. Da lì passa la vera partita dell’energia e delle reti.