Il conto, a oggi, è questo: da marzo l’Italia ha varato sette sconti generalizzati sulle accise dei carburanti, costati complessivamente oltre 2 miliardi di euro. È denaro pubblico usato per contenere il prezzo di benzina e diesel alla pompa. Proprio mentre quel contatore cresceva, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto ha scartato dal forum Ambrosetti di Cernobbio l’unica leva che avrebbe potuto spostare almeno una parte del conto sulle società energetiche. Lo ha raccontato Staffetta Quotidiana in un articolo pubblicato il 7 settembre. A distanza di settimane quella scelta resta utile per capire un dilemma che va oltre la cronaca: chi paga, e se il modo in cui si paga cambia davvero il prezzo.
Due miliardi in sette mosse, e un no da Cernobbio
Il numero di partenza viene da un conteggio riportato dall’ANSA sui tagli alle accise: sette interventi da marzo, oltre 2 miliardi spesi. Sono misure generalizzate, cioè valgono per chiunque faccia rifornimento, a prescindere dal reddito o dall’uso del veicolo. Proprio per questo costano molto.
Da Cernobbio, secondo la ricostruzione di Staffetta Quotidiana, Pichetto ha escluso un intervento sugli extraprofitti delle società energetiche. Non ha però chiuso del tutto la porta: ha lasciato aperta l’ipotesi di un contributo da parte delle partecipate, le società in cui lo Stato ha una quota. Nel frattempo il ministero, si legge nello stesso articolo, lavorava a un intervento mirato sui carburanti, da presentare a fine mese. La domanda viene da sé. Se lo Stato ha già speso così tanto, perché rinunciare a far contribuire chi dai rincari ha guadagnato?
La rendita si può tassare, il prezzo no
Per rispondere conviene guardare a come si forma il prezzo del carburante, prima ancora che ai bilanci delle compagnie. Il prezzo all’ingrosso di benzina e diesel non lo decidono i singoli raffinatori italiani. Segue le quotazioni internazionali rilevate dal Platts, l’agenzia che pubblica i prezzi di riferimento dei prodotti petroliferi. Una tassa sui profitti, per quanto pesante, interviene dopo: colpisce quello che le società hanno guadagnato, non il valore a cui il prodotto viene scambiato.
È il punto sollevato da Marco Leonardi in un’analisi pubblicata da QualEnergia sulle speranze legate alla tassa. Secondo Leonardi, «lo Stato può prelevare una parte dei profitti eccezionali e usare il gettito per ridurre le accise, ma il prezzo all’ingrosso resta determinato dal Platts: si redistribuisce la rendita, senza eliminare il meccanismo che genera il prezzo elevato». Detto in altri termini, la tassa cambierebbe la fonte del denaro con cui si finanziano gli sconti, oggi il bilancio pubblico e domani in parte i raffinatori. Non cambierebbe il prezzo di partenza su cui gli sconti vengono applicati.
A Cernobbio la linea contraria all’intervento è stata espressa in termini ancora più netti. Secondo quanto riportato da Rainews dal forum di Cernobbio, «extra profitti ed extra perdite non sono concetti che esistono in economia». Nella stessa occasione è stato ricordato che uno sforzo concordato con il settore c’era già stato: «Chiedere e concordare uno sforzo è già stato fatto col decreto bollette a febbraio che ha riguardato 500 milioni, ma finanziato con un aumento dell’Irap». Il dettaglio conta. Quei 500 milioni non sono arrivati da un prelievo sui guadagni straordinari, ma da un’imposta ordinaria sulle attività produttive, ritoccata al rialzo.
Il termine di paragone più vicino è storico. Nel 2022 l’Unione Europea autorizzò un prelievo straordinario, chiamato «contributo di solidarietà», sui produttori di energia da fonti fossili, con l’obiettivo dichiarato di mitigare gli effetti dei rincari. La formula era precisa: una tassa del 33 per cento sui profitti del 2022 e del 2023 che superavano di almeno il 20 per cento la media dei quattro anni precedenti. La base di confronto era quindi esplicita, non affidata a una definizione generica di extraprofitto. Resta il nodo posto da Leonardi: anche un prelievo ben calibrato produce gettito, ma non tocca il meccanismo del Platts. Se la tassa non abbassa i prezzi e gli sconti costano troppo, quale strada resta?
Sei capitali e una scadenza a fine settembre
Il piano teorico e quello politico non andavano nella stessa direzione. Mentre a Cernobbio il ministro diceva no, l’Italia era tra i Paesi firmatari di una lettera indirizzata a Bruxelles. Come ricostruito da un secondo articolo di QualEnergia sugli extraprofitti, Italia, Austria, Polonia, Spagna, Portogallo e Germania hanno scritto alla Presidenza di turno dell’Ue per valutare questa opzione in vista dell’Ecofin di fine settembre, la riunione dei ministri economici e finanziari. Sei governi, quindi, chiedevano un confronto europeo su una misura che a Roma veniva esclusa sul piano nazionale.
Le scadenze indicate a inizio settembre erano due: il confronto all’Ecofin e, sul fronte interno, l’intervento mirato sui carburanti che il ministero avrebbe dovuto presentare entro fine mese. Sono appuntamenti annunciati, e per valutarne la portata servirà un metro chiaro. Ogni nuova misura andrà messa a confronto con i 2 miliardi già spesi in sconti e con il riferimento del 2022, quel 33 per cento sui profitti eccedenti la media.
Il dato da tenere d’occhio, insomma, è il contatore degli sconti sulle accise: oltre 2 miliardi in sette interventi. Se l’intervento mirato sui carburanti e il confronto europeo non incideranno sul meccanismo legato al Platts, quel contatore è destinato a salire. A pagare sarà il bilancio pubblico, non la rendita di chi raffina.




