La domanda ha raggiunto il massimo storico con 32.455 GWh, ma la quota coperta dalle rinnovabili è scesa al 41,5%
A luglio 2026 l’Italia ha aggiunto alla rete 745 megawatt di nuova capacità rinnovabile, 139 MW in più rispetto allo stesso mese del 2025, con una crescita del 18,7%. La produzione fotovoltaica è salita del 20,6%. Sulla carta è il mese in cui la transizione accelera. Eppure, secondo il rapporto mensile di Terna sul sistema elettrico e le elaborazioni successive, la parte di domanda coperta dalle rinnovabili è scesa, il prezzo all’ingrosso è salito e la distanza con la Germania si è allargata. Ora che l’estate è finita, quei numeri si possono leggere come un bilancio: quello di un mese che ha messo sotto pressione l’intero sistema.
Un record vecchio di undici anni, battuto dal caldo
Il punto di partenza è la domanda. Lo scorso luglio la richiesta di energia elettrica in Italia è arrivata a 32.455 GWh, l’8,3% in più rispetto a luglio 2025. Come ha sintetizzato l’agenzia ANSA ad agosto, si tratta di circa 32,5 TeraWattora, il dato mensile più alto di sempre. Il record precedente, circa 32 TWh, risaliva a luglio 2015: era rimasto in piedi per più di dieci anni.
Non è cresciuto solo il totale del mese. La punta di potenza, cioè il momento di massimo assorbimento dalla rete, è stata registrata mercoledì 15 luglio tra le 16 e le 17: 57.940 MW, il 4,5% in più rispetto all’anno prima. Ed è nei singoli giorni che la pressione si vede meglio. Secondo un’analisi del centro studi Ember, durante le ondate di calore la domanda elettrica giornaliera in Italia è aumentata fino al 28%. La domanda, quindi, è chi abbia risposto a quella chiamata.
Più pannelli, meno verde
La risposta più intuitiva sarebbe: le rinnovabili, e in particolare il solare, che produce di più proprio nelle ore e nelle stagioni più calde. La capacità installata è cresciuta più che nel 2025 e il fotovoltaico ha prodotto un quinto in più. Ma la crescita della capacità non si è trasformata in una quota maggiore. Secondo i calcoli pubblicati da QualEnergia, nel mese le rinnovabili hanno generato circa 13,4 TWh, pari al 41,5% della domanda. Un anno prima la quota era del 44,5%. Tre punti persi nel mese in cui servivano di più.
Le ragioni, guardando i dati di Terna, sono almeno due. La prima è che il fotovoltaico non viaggia da solo. A luglio la produzione eolica è calata del 20,3%, quella idroelettrica rinnovabile del 14,9% e quella geotermica del 3,6%. Il guadagno del solare è stato in buona parte assorbito dal calo delle altre fonti. Il risultato è una produzione verde che in valore assoluto non ha tenuto il passo di una domanda cresciuta dell’8,3%. La seconda ragione riguarda il modo in cui il solare italiano ha reagito al caldo. Sempre secondo Ember, nei giorni delle ondate di calore la produzione solare in Francia e in Ungheria è aumentata del 17%, mentre in Italia è rimasta piatta. Proprio quando la domanda giornaliera saliva fino al 28%, l’apporto del solare non è cresciuto.
È qui che il discorso pubblico sulla transizione mostra un limite. Il numero che di solito si annuncia è quello dei megawatt installati, e su quel fronte luglio è andato bene. Ma per il sistema conta quanta energia arriva, e quando arriva. Una capacità che cresce del 18,7% rispetto all’anno precedente ha convissuto con una quota di copertura in calo. Se la parte verde arretra mentre i consumi toccano il massimo storico, il vuoto deve essere stato riempito da altre fonti. E quell’energia ha un prezzo.
Il conto della canicola
Il mese del record di domanda è stato anche un mese caro. Secondo i dati del GME riportati nel rapporto di Terna, il PUN medio, il prezzo unico nazionale dell’elettricità all’ingrosso, si è attestato a luglio intorno a 156,9 €/MWh: il 18% in più rispetto a giugno e il 39% in più rispetto a luglio 2025. La nota sui mercati energetici di Confindustria Salerno indica un prezzo medio di 157,04 €/MWh, in aumento del 19% su giugno. Sul confronto annuo, però, la nota riporta un +18% rispetto a luglio 2025. Il livello del prezzo è quasi identico nelle due fonti, mentre la variazione rispetto all’anno precedente diverge in modo netto. Conviene quindi tenere separati i due dati e attribuirli ciascuno alla propria fonte. Su un punto concordano: il prezzo è salito con decisione rispetto a giugno, e quindi rispetto al mese che ha preceduto il picco dei consumi.
Il confronto più scomodo, però, è con l’estero. Secondo la stessa nota di Confindustria Salerno, a luglio l’Italia ha registrato un differenziale di 51,59 €/MWh rispetto alla Germania, circa il 49% in più. Per un’impresa manifatturiera che compete con un concorrente tedesco, quella è la differenza che conta, prima ancora del costo assoluto. Da una parte ci sono 745 MW di nuova capacità rinnovabile in un mese. Dall’altra c’è un prezzo all’ingrosso vicino ai 157 euro e un divario di quasi la metà rispetto al principale partner industriale.
Le fonti non attribuiscono il rincaro a una causa precisa, e non è il caso di aggiungerne. Resta però la fotografia di luglio, che non lascia molto spazio alla consolazione. Il ritmo attuale di installazioni non ha impedito alla quota rinnovabile di arretrare proprio nel mese più caldo e più caro. La domanda per la prossima estate riguarda quindi cosa servirà davvero: accumuli che spostino l’energia del giorno verso le ore di punta, un eolico che non perda un quinto della produzione da un anno all’altro, un solare capace di salire quando sale la domanda, come è successo in Francia e in Ungheria. Ognuna di queste cose ha bisogno di risorse e di tempi che i soli numeri sui megawatt installati non mostrano. Nel frattempo resta da capire quanto costerà a famiglie e imprese pagare l’elettricità circa il 49% in più dei vicini tedeschi, se estati come questa smetteranno di essere un’eccezione.




