Il calore di scarto dei server di Settimo Milanese viene immesso nella rete di teleriscaldamento di A2A

260 data center sparsi in 33 paesi, un’infrastruttura che ingoia elettricità per raffreddare server e reti. Ma da ieri, uno solo ha smesso di essere un puro consumatore: l’impianto di Settimo Milanese ora alimenta il teleriscaldamento di A2A, grazie alla collaborazione tra A2A ed Equinix. Per la prima volta in Italia, il calore di scarto di un data center diventa una risorsa immessa direttamente in una rete urbana, spostando questi edifici da un ruolo di carico elettrico passivo a quello di fornitori di energia termica. Un paradosso che si trasforma in strategia, con numeri ancora piccoli ma un modello che potrebbe replicarsi altrove.

Un gigante che (finalmente) scalda

I data center sono fabbriche di bit, ma anche centrali termiche involontarie. L’energia che alimenta i server viene dissipata quasi interamente sotto forma di calore, di solito smaltito nell’ambiente con sistemi di raffreddamento energivori. L’idea di recuperare quel calore non è nuova, ma finora, più che di progetti operativi, si è parlato di studi e potenzialità. Con l’accordo annunciato il 2 luglio, A2A ed Equinix dimostrano che il salto dal laboratorio alla rete è possibile, e lo fanno su un impianto reale, inserito nel contesto urbano di Settimo Milanese.

Il meccanismo è lineare nella logica, complesso nell’ingegneria: il calore estratto dai sistemi di raffreddamento del data center, anziché essere disperso in atmosfera, viene innalzato di temperatura tramite pompe di calore e convogliato nei tubi del teleriscaldamento. A2A, società quotata alla Borsa Italiana e attiva nei settori ambiente, energia, calore e reti, porta in dote una rete già capillare nella zona e la capacità di gestire flussi termici multi-fonte. Equinix, dal canto suo, possiede 260 data center in tutto il mondo – un patrimonio immobiliare che, da quando nel 2015 l’azienda si è convertita in REIT, è gestito anche con criteri di ottimizzazione patrimoniale. L’incontro tra un operatore di reti e un colosso immobiliare dei dati non è casuale: il calore di scarto può diventare una voce attiva, o quantomeno una riduzione dei costi di smaltimento, in un bilancio che guarda sempre più all’efficienza.

La ricetta del teleriscaldamento: dal sole ai server

Per capire perché il matrimonio tra un data center e una rete di calore sia così solido, bisogna guardare al teleriscaldamento non come a una tecnologia singola, ma come a un vettore che può assorbire qualsiasi fonte termica a media-bassa temperatura. Il teleriscaldamento è un sistema di condotte isolate che distribuisce acqua calda o vapore per il riscaldamento degli ambienti e la produzione di acqua sanitaria. La sua forza sta proprio nella capacità di integrare sorgenti diverse: impianti di cogenerazione, caldaie, geotermia, pompe di calore, solare termico e, come in questo caso, il calore di scarto di processi industriali o – oggi – di server. Il dato dell’iniziativa è il passaggio dallo scarto “di fabbrica” a quello “digitale”, un cambio di natura della fonte che allarga il perimetro di ciò che può alimentare una rete.

A2A ha costruito negli anni un mix che va dalla cogenerazione a gas al solare termico, e ora aggiunge il recupero da data center, avvicinandosi a una logica di cascata termica in cui ogni kilowattora elettrico che entra nei server può restituire fino al 70-80% di energia termica utile, se gestito con temperature adeguate. Il punto critico è sempre lo stesso: la temperatura del calore di scarto. Un data center tradizionale produce aria a circa 30-40 gradi, troppo bassa per un uso diretto, ma sufficiente se elevata con una pompa di calore, la quale a sua volta consuma elettricità. Il bilancio energetico complessivo è positivo solo se l’elettricità usata per l’innalzamento termico è a basso costo o a basse emissioni – un vincolo che spiega perché il modello Settimo Milanese sia per ora un’eccezione, non la regola.

Quanti data center ci vogliono per riscaldare una città?

Settimo Milanese è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Equinix, che già nel 2025 gestiva 260 data center in trentatré paesi, ha un parco immobiliare sufficientemente grande da porre una domanda concreta: quanti di questi impianti potrebbero replicare lo schema? La risposta non sta nella quantità, ma nella vicinanza a una rete di teleriscaldamento e nella disponibilità di un gestore come A2A, capace di integrare il calore a costi competitivi. Non tutti i data center sono vicini a città dotate di reti termiche; in molti casi il calore andrebbe trasportato su distanze che ne vanificano il vantaggio economico. Eppure il modello ha il pregio di trasformare un costo – lo smaltimento termico – in un ricavo o in un risparmio, aprendo la strada a un mercato in cui il calore di scarto potrebbe essere venduto come commodity, esattamente come accade per l’elettricità nei sistemi di cogenerazione.

Il vero potenziale, però, è ancora largamente inesplorato. Oggi l’annuncio di A2A ed Equinix è più un segnale di fattibilità tecnica che un’operazione con un impatto di scala sui bilanci. Ma se l’aumento dei prezzi dell’energia e la spinta regolatoria sugli sprechi industriali dovessero proseguire, l’interesse a replicare l’esperimento si allargherà ad altri operatori. A quel punto, la domanda non sarà più “se”, ma “a che prezzo” il calore dei server entrerà nelle case.

Se il calore di scarto diventerà una commodity, lo decideranno i prezzi dell’energia e la regolamentazione. Tenete d’occhio la Borsa Italiana: A2A potrebbe non essere l’unica a scommettere su questa nuova geotermia urbana.