Duecentosettantotto euro a megawattora. Nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato in media 278 euro a megawattora per l’energia elettrica, secondo i dati di Confindustria. Nel frattempo, il credito d’imposta Transizione 5.0 non è più in vigore dal 1° gennaio 2026: al suo posto è arrivato l’iperammortamento introdotto dalla legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025). E lo scorso settembre, tra il 1° e il 4, sono partiti tre avvisi regionali per 61 milioni di euro, promossi da Umbria e Sardegna per efficienza energetica, rinnovabili, accumulo e ammodernamento tecnologico. Il paradosso è servito.

Il vuoto dopo Transizione 5.0

Il vuoto è doppio. Da un lato c’è il costo dell’energia: i 278 euro a megawattora del primo semestre 2025 descrivono un divario di competitività che si è materializzato nelle bollette. Dall’altro c’è la fine di uno strumento nazionale. Il credito d’imposta Transizione 5.0 era stato istituito dal D.L. n. 19/2024 per gli investimenti effettuati dal 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2025. Dal 1° gennaio 2026 non è più in vigore. Al suo posto la legge di Bilancio 2026 ha introdotto l’iperammortamento, ma tra la scadenza del vecchio credito e l’operatività del nuovo strumento si è aperto uno spazio che, in questa fase, viene riempito soprattutto da bandi regionali.

I tre avvisi partiti lo scorso settembre valgono complessivamente 61 milioni di euro e interessano le Regioni Sardegna e Umbria. Sono promossi dalle due Regioni per sostenere le imprese tramite contributi e finanziamenti agevolati. Non è una cornice nazionale: è una risposta a geometria regionale, con risorse e regole che cambiano da un avviso all’altro.

Due regioni, tre bandi, regole a geometria variabile

I tre avvisi non sono tutti uguali. In Umbria una linea dispone di 17 milioni di euro, potenzialmente elevabili a 20 milioni, dedicati alla realizzazione di impianti fotovoltaici da fonti rinnovabili. Qui si registra una novità tecnica: per la prima volta i sistemi di accumulo potranno essere finanziati anche se collegati a impianti fotovoltaici già esistenti, non solo a nuovi impianti. In Sardegna, secondo Sardegna Impresa, uno sportello con una dotazione di 29 milioni di euro raccoglierà le domande di accesso agli incentivi per interventi effettuati nel 2025. Altri bandi saranno pubblicati nel corso dell’anno per un impegno complessivo di oltre 100 milioni di euro.

La frammentazione non si ferma alle due Regioni. In Emilia-Romagna, il supporto all’utilizzo di fonti rinnovabili nelle imprese dispone di risorse pari a tre milioni di euro: il contributo a fondo perduto arriva al massimo al 35% della spesa ammissibile e non può superare i 100.000 euro. Tre avvisi, regole diverse: in Umbria si finanziano accumuli collegati a impianti esistenti; in Sardegna si guarda agli interventi effettuati nel 2025; in Emilia-Romagna il massimale è fermo a 100mila euro. Per un’impresa, orientarsi tra questi canali non è un dettaglio burocratico: è una questione di accesso alla liquidità e di convenienza dell’investimento.

La novità sull’accumulo è significativa perché allarga la platea degli interventi ammissibili: non serve più un impianto nuovo per finanziare le batterie. Ma restano differenze territoriali e massimali che non dipendono da un disegno nazionale, bensì dalle scelte di ogni Regione.

E ora? Il rebus dell’iperammortamento

Sul piano nazionale, la sostituzione di Transizione 5.0 con l’iperammortamento apre più domande che certezze. I bandi regionali possono dare ossigeno, ma con dotazioni e massimali diseguali rischiano di premiare chi ha già accesso a informazioni e a capacità progettuale. Gli oltre 100 milioni annunciati da Sardegna Impresa indicano che il canale regionale era destinato ad allargarsi; ma si tratta sempre di bandi, non di un quadro stabile.

Con quali risorse e con che tempi l’iperammortamento coprirà il vuoto lasciato da Transizione 5.0? E soprattutto, quali imprese resteranno fuori? C’è un dato da tenere a mente: 278 euro a megawattora nel primo semestre 2025. Se a questo si sommano incentivi a macchia di leopardo e un sostituto ancora da interpretare, la transizione energetica per le imprese italiane rischia di restare un privilegio di pochi.