Un campione di 597 comunità energetiche rinnovabili non è soltanto un numero: è una mappa. Lo dice il rapporto pubblicato lo scorso giugno da Euricse, che ha preso in esame le CER registrate presso il Gestore dei Servizi Energetici alla data del 30 settembre 2025. Intanto, secondo i dati del Gestore dei servizi energetici, le configurazioni attive sono 3.630, per una potenza complessiva di 302,9 MW. La sorpresa non sta nel totale, ma nella distribuzione: nel campione, il 31% delle comunità si concentra nel Nord-Ovest, il 30% nel Sud e Isole.

Non è la solita geografia dello sviluppo economico, quella che vede il Mezzogiorno sempre in rincorsa. Qui il distacco è di un punto percentuale, e il Nord-Ovest non domina in modo schiacciante. Ma cosa spinge comunità così diverse, dal Nord-Ovest alle Isole, a muoversi nella stessa direzione? La risposta non sta soltanto nella volontà locale: sta negli incentivi.

La geografia inattesa

Il lavoro di Euricse ha due livelli. All’analisi quantitativa si affianca un approfondimento qualitativo con 48 studi di caso. È una scelta utile per leggere i numeri: le CER non sono tutte uguali, e la scala locale conta. Il Trentino, per esempio, risulta avere 29 CER attive, con una potenza totale di circa 7.400 kW e quasi 1.400 utenze coinvolte.

Il dato Nord-Ovest/Sud e Isole è il più interessante perché rompe l’immagine di una transizione energetica dal basso concentrata nelle aree più ricche o più industrializzate. Non c’è un margine ampio, ma due poli quasi equivalenti. Resta la domanda di fondo: perché realtà territoriali così diverse adottano lo stesso strumento? La risposta, in buona parte, va cercata nella struttura degli incentivi.

Il paradosso del miliardo

Dietro la geografia c’è la leva degli incentivi. Il decreto del Mase prevede un contributo a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili, finanziato dal PNRR e rivolto alle comunità i cui impianti sono realizzati nei comuni sotto i cinquemila abitanti. C’è anche una tariffa incentivante sull’energia rinnovabile prodotta e condivisa, valida su tutto il territorio nazionale. I due benefici sono tra loro cumulabili.

Secondo i dati del GSE, le risorse totali ammontano a 1.041,5 milioni di euro. È una somma importante, ma va letta insieme al vincolo territoriale: il contributo a fondo perduto si rivolge solo ai piccoli comuni. La povertà energetica, invece, non ha confini amministrativi. In Italia coinvolge, secondo alcune stime, oltre 4 milioni di famiglie. La norma comunitaria sulle fonti rinnovabili, del resto, non punta soltanto a stimolare la produzione: mira anche a combattere lo spreco energetico e la povertà energetica.

Qui sta il paradosso. Lo strumento che riduce il costo iniziale degli impianti guarda ai municipi sotto i cinquemila abitanti, mentre la platea del disagio energetico è molto più ampia. La tariffa nazionale allarga il perimetro, ma non chiude il cerchio. Se il contributo a fondo perduto resta legato ai piccoli comuni, chi si prende carico delle famiglie che vivono fuori da quel perimetro? E, nel confronto europeo, che significato hanno 3.630 comunità attive?

La rincorsa europea

Resta il confronto con l’Europa. Il piano REPowerEU aveva fissato, entro il 2025, l’obiettivo politico di una comunità energetica per ogni municipio con più di 10.000 abitanti. A novembre 2025, il 10° rapporto sullo stato dell’Unione dell’energia contava più di 8.000 comunità energetiche nell’Unione europea. Il dato italiano, 3.630 CER attive secondo il GSE, è significativo, ma va rapportato alla potenza effettivamente condivisa: 302,9 MW in totale.

La chiusura non è un giudizio, ma un numero da tenere d’occhio. Non è il conteggio delle comunità a dire quanto la transizione dal basso stia cambiando il sistema: è la potenza media realmente condivisa. Il dato disponibile è 302,9 MW su 3.630 CER attive, con risorse totali che hanno superato il miliardo di euro.