Produzione diesel in Russia -30%, Mosca limita le esportazioni per proteggere il mercato interno
All’inizio di settembre il gasolio ha offerto una lezione su come il calendario possa mascherare un terremoto. Secondo la ricostruzione di Staffetta, la festività su Londra e la mancata rilevazione Cif Med del 31 agosto hanno soltanto rimandato la batosta di circa 60 dollari che le quotazioni in tempo reale del Gasoil su Londra avevano indicato la sera precedente. Il giorno dopo, però, i prezzi hanno cominciato a muoversi. E la causa non era una voce di mercato.
La botta rinviata dal calendario
Le contrattazioni del Gasoil su Londra, dopo un moderato ribasso in avvio, sono schizzate con rialzi di oltre 40 dollari alla tonnellata. Non si tratta di un rimbalzo tecnico. La chiusura festiva di Londra e la mancata rilevazione Cif Med avevano congelato la fotografia del mercato, ma la decisione era già stata presa altrove. Come riportato da un servizio di DW, la produzione di diesel in Russia è diminuita di quasi il 30% rispetto ai livelli del 2025 e Mosca ha limitato le esportazioni per proteggere le forniture interne.
Dietro la fiammata di Londra, insomma, non c’è l’ennesimo sussulto speculativo: c’è un buco nell’offerta globale. E quel buco si misura in barili che non arrivano più sul mercato.
Un milione di barili spariti
Se il taglio russo è l’innesco, i numeri globali mostrano l’ampiezza dell’incendio. Nel 2025, secondo i dati della società di shipping Kpler citati in un articolo della BBC, venivano esportati sul mercato globale circa 6,8 milioni di barili di diesel al giorno. A settembre 2026 le esportazioni globali erano scese a 5,8 milioni di barili al giorno: un calo di circa un milione di barili ogni ventiquattro ore.
Per chi guida o fa viaggiare merci, il conto è arrivato in forma di prezzi alla pompa. Un’ong citata da DW aveva calcolato che gli automobilisti europei pagavano in media 30 euro in più per un pieno da 50 litri di gasolio dall’inizio della guerra in Iran. Chi stava in autostrada tutto il giorno pagava di più: un camionista tedesco di lungo raggio spendeva in media 236 euro in più alla settimana. Non sono decimali statistici: sono uscite vive di bilancio per famiglie e imprese.
E mentre i consumatori pagavano, qualcuno stava guadagnando. Chi?
I margini dei raffinatori e la tregua che non c’è
La risposta arriva dai margini di raffinazione. All’inizio di settembre, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) citata in un report di IRU, i margini sul diesel nel Nord-Ovest Europa hanno superato i 100 dollari al barile. Il diesel statunitense è stato scambiato sopra i 200 dollari al barile, il 94% in più rispetto ai livelli pre-guerra, mentre il Brent è aumentato del 45%. Il differenziale raccontava una realtà scomoda: la raffinazione soffriva, ma i margini record premiavano chi trasformava il greggio.
In Italia, intanto, la tregua sembrava solo un respiro. Dopo due aumenti consecutivi nel Mediterraneo, i gasoli avrebbero segnato una pausa nelle rilevazioni di inizio settembre, mentre la benzina aveva collezionato quattro aumenti consecutivi. Quella mattina, in base all’indicazione della chiusura Cif Med riportata da Staffetta Prezzi, la benzina ha preso 9 euro per mille litri. Una pausa del gasolio che non cancella la dinamica di fondo.
All’inizio di settembre restava una domanda aperta: quanto ancora poteva durare questa tassa nascosta sul diesel prima che Bruxelles smettesse di subire le decisioni di Mosca? E chi l’avrebbe pagata, se non i camionisti e gli automobilisti europei?




