Il greggio resta fermo nonostante la crisi di Hormuz: dietro la stabilità pesano domanda debole e aspettative sui tassi

Il petrolio ha chiuso agosto poco mosso sui circuiti elettronici internazionali. Il greggio WTI e il Brent si mantengono vicini ai massimi da diversi mesi dopo l’impennata di luglio. Dietro la stabilità, secondo la lettura di Staffetta Quotidiana, c’è stata una forte battaglia tra il premio geopolitico legato alla mancata normalizzazione di Hormuz e i fattori ribassisti: domanda debole, dollaro forte e nuove aspettative di rialzo dei tassi Fed Usa. La guerra ha tagliato i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, creando la più grande crisi di offerta di sempre.

La calma piatta del greggio

I numeri mostrano il paradosso. La produzione nella regione del Golfo è salita a 23,9 milioni di barili al giorno, ma le esportazioni dell’area sono scese di 2,1 milioni di barili al giorno, a 15 milioni, dopo che lo stretto è stato di fatto richiuso all’inizio di luglio. Il dato chiave non è quindi la produzione, ma il divario tra i barili estratti e quelli che riescono a lasciare il Golfo: una parte dell’offerta resta bloccata. Da febbraio, inoltre, membri chiave dell’OPEC+ come l’Arabia Saudita non sono stati in grado di rifornire completamente i clienti. Eppure il prezzo non si muove. Se l’export è sparito, cosa tiene basso il greggio? La risposta va cercata nella domanda.

I due oracoli della domanda

Il primo dei fattori ribassisti è la domanda. A metà agosto, l’Aie vedeva il primo calo annuo della domanda dal Covid. L’Opec, invece, puntava ancora su una crescita, ma ha ridotto le previsioni di crescita della domanda globale di petrolio per il secondo mese consecutivo. La chiusura prolungata dello stretto di Hormuz e i prezzi elevati dei carburanti, spiega l’Aie, continuano a pesare sui consumi di petrolio e hanno portato al taglio delle stime. Non è una divergenza da poco: l’Aie descrive un consumo che si contrae, l’Opec un consumo che cresce meno del previsto. Entrambe, però, guardano alla stessa strozzatura fisica e allo stesso caro carburante.

La Fed cambia copione (e il greggio resta fermo)

Dalla divergenza sulla domanda si passa alla variabile monetaria. Il FOMC ha deciso di abbassare il target range del federal funds rate di mezzo punto, portandolo al 4,75-5 per cento. È un segnale opposto alle aspettative di rialzo dei tassi che figuravano tra i fattori ribassisti. Il Comitato ha precisato che valuterà con attenzione i dati in arrivo, l’evoluzione delle prospettive e il bilanciamento dei rischi.

Il greggio, intanto, non si muove. Il dollaro forte era uno dei freni indicati dalla Staffetta; un taglio dei tassi cambia il contesto, ma per ora il mercato non reagisce. Il vero test sarà la riapertura di Hormuz: se le esportazioni del Golfo restano inchiodate a 15 milioni di barili al giorno, la domanda debole resterà l’unico ammortizzatore. Quando lo stretto riaprirà, il mercato scoprirà se il premio geopolitico era davvero l’unico a tenere i prezzi.