218,93 euro per megawattora. Lo scorso 7 settembre il prezzo dell’elettricità nel mercato italiano ha toccato il livello più alto dal 1° gennaio 2023, pur restando al di sotto del dato del 31 dicembre 2022. Non è stato un episodio isolato: secondo i dati del Pun Index Gme, per le consegne di giovedì 27 e venerdì 28 agosto il prezzo si era attestato a 205,52 €/MWh, e il primo superamento dei 200 euro era arrivato il 5 agosto, a 207,84 €/MWh. Prima di questa estate non accadeva dal gennaio 2023. Nella settimana iniziata il 31 agosto, come documenta pv magazine Italia, il mercato italiano ha registrato la media settimanale più alta d’Europa, 202,89 €/MWh, contro gli 86,05 del mercato nordico e i 113,09 di quello tedesco.
La tempesta perfetta: Hormuz, Ras Laffan e un mix troppo esposto al gas
La fiammata non nasce da un semplice picco di domanda estiva. La risposta arriva da lontano, dallo Stretto di Hormuz e dalla struttura del parco di generazione italiano.
Secondo Ember, circa un quinto delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) transita ogni anno per lo stretto. L’Iran ha inoltre lanciato attacchi contro Stati vicini, tra cui il Qatar, provocando la chiusura dell’impianto di Ras Laffan, che produce circa un quinto del GNL mondiale. Uno shock che, da solo, basterebbe a far salire i prezzi del gas in Europa.
Ma perché l’Italia ne risente più di altri? La risposta è nel mix elettrico. Nel 2025, il 43,7% dell’elettricità italiana è stata generata da impianti a gas, a fronte del 18,2% della Spagna, del 17,6% della Germania e del 3,2% della Francia, secondo i dati elaborati da Confcommercio. A questo si aggiunge, nei dati Gme riportati da QualEnergia, un calo della produzione eolica accompagnato da più volumi acquistati e da una capacità d’importazione quasi interamente utilizzata. In altre parole, quando il gas si impenna, il prezzo all’ingrosso italiano non ha valvole di sfogo: con una quota così alta di generazione a gas, l’elettricità prodotta da questa fonte condiziona pesantemente il prezzo complessivo.
Il conto: oltre un miliardo per le imprese e +37,3% per i vulnerabili
Il prezzo all’ingrosso si trasferisce direttamente alle bollette. Nel terzo trimestre dell’anno, secondo Confcommercio, i consumi sono stimati in crescita del 15% rispetto al trimestre primaverile; e nel secondo semestre 2026, sempre secondo Confcommercio, per le imprese del comparto si stima un aggravio complessivo di costo per le bollette elettriche superiore a un miliardo di euro: 494 milioni per i negozi, 207 per i ristoranti, 164 per gli alberghi, 111 per i bar e 50 per la grande distribuzione organizzata.
Il differenziale con il resto d’Europa rende il conto ancora più pesante. L’Italia paga l’energia elettrica 65,3 euro al MWh in più rispetto alla Germania, 67,2 in più rispetto alla Spagna e 69,4 in più rispetto alla Francia, secondo la stessa elaborazione Confcommercio. Non è una distanza simbolica: in un mercato integrato, un divario di questo tipo si traduce in costi più alti per ogni attività produttiva e per ogni famiglia.
Per le famiglie, il colpo arriva con il nuovo trimestre. Secondo Arera, nel quarto trimestre del 2026 la bolletta elettrica per i circa 3 milioni di clienti vulnerabili ancora serviti nel regime di maggior tutela registra un aumento del 37,3% rispetto al trimestre precedente. L’incremento è legato alla crescita dei prezzi all’ingrosso dell’energia e alle persistenti tensioni sui mercati internazionali delle materie prime energetiche.
Il dato da tenere d’occhio per i prossimi mesi non è solo il Pun, ma la quota del gas nel mix elettrico. Se il 43,7% registrato nel 2025 non scende, ogni nuova tensione sul GNL si tradurrà in un altro record in bolletta. La variabile è strutturale: finché quasi metà dell’elettricità italiana dipenderà dal gas, gli shock internazionali continueranno a pesare più che altrove in Europa.




