Tra il 2023 e il 2025 il solare e l’eolico hanno ridotto i prezzi all’ingrosso dell’elettricità nell’UE in media del 24,2%, secondo Positive Money Europe. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno generato il 47,2% dell’elettricità dell’Unione, con solare ed eolico da soli al 30%. È il punto di partenza per spegnere l’inflazione energetica. Eppure la Banca centrale europea ha scelto un’altra strada.

Un quarto in meno: la promessa tradita dalle bollette

Non è un caso. Già tra il 2010 e il 2024 il costo livellato dell’elettricità è sceso del 90% per il fotovoltaico e del 70% per l’eolico onshore, secondo IRENA. La stessa crisi energetica del 2022, seguita all’invasione russa dell’Ucraina, aveva portato l’inflazione dell’area euro ai massimi mai registrati e messo sotto pressione i bilanci delle famiglie, soprattutto quelle a reddito più basso. I numeri della produzione e dei prezzi del 2025 dicono che la direzione è un’altra. Ma il risparmio all’ingrosso non si è tradotto in stabilità. Qualcuno lo sta trasformando in un costo.

La trappola della BCE

Il cortocircuito sta qui. «Il prezzo dei combustibili fossili è stato il fattore scatenante della maggior parte dei grandi momenti di alta inflazione europea dell’ultimo mezzo secolo, dall’embargo OPEC degli anni Settanta all’invasione russa dell’Ucraina fino agli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran», ha detto Maike Schmidt, ricercatrice del NEF. Alzando il costo del denaro, si rischia il cosiddetto carbon lock-in: una maggiore dipendenza da petrolio e gas produce esattamente quell’instabilità dei prezzi che si intende prevenire.

A settembre 2026, lo scenario di base delle nuove proiezioni dello staff della BCE vedeva l’inflazione headline al 3,0% nel 2026, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028: un percorso lento, e che continua a generare pressioni inflazionistiche. Il punto non è se l’inflazione scende, ma con quali strumenti la si combatte.

Il nodo dei soldi (e della Cina)

Il cortocircuito monetario si innesta su un cantiere già fragile. A marzo 2026 la Commissione europea lanciò la strategia UE per gli investimenti nell’energia pulita: servirebbero circa 660 miliardi di euro all’anno entro il 2030 e 695 miliardi tra il 2031 e il 2040. Ma i soldi vanno trovati. Secondo un’indagine della Banca europea per gli investimenti, l’accesso ai finanziamenti è la principale barriera agli investimenti per le imprese cleantech: il 30% lo indica come ostacolo maggiore, più del doppio della quota rilevata tra le imprese in generale.

E la filiera non è in mani europee. La Cina domina la catena di approvvigionamento delle tecnologie verdi, e le decisioni prese a Pechino influenzano la capacità dell’UE di portare avanti la transizione energetica. L’UE può permettersi di lasciare il vantaggio alla Cina mentre il costo del denaro strangola i suoi investitori?

Se la BCE continua su questa strada, il prossimo shock petrolifero troverà un’Europa con meno rinnovabili e più dipendenza da chi controlla i prezzi. La transizione è una corsa contro la politica monetaria, non contro il clima.