Solo 277 MW operativi dei 221 GW annunciati: il Mediterraneo attende aste e permessi

Il paradosso: tanti progetti, poche turbine

I numeri, però, raccontano un’altra storia. Secondo un report di RenewableUK, a livello globale 221 GW di capacità eolica offshore galleggiante risultano in sviluppo o già commissionati. Eppure, nello stesso quadro, solo 277 MW sono attualmente operativi nel mondo, distribuiti su 16 progetti in sette paesi. Il divario è enorme: la pipeline è molto più grande della capacità che produce davvero elettricità adesso.

Il Mediterraneo, in questo scenario, combina un grande potenziale tecnico con persistenti barriere strutturali. Non mancano le risorse di vento, non manca l’interesse industriale. Eppure i megawatt realmente in funzione restano pochi. Perché?

La tecnologia c’è, le regole no

La risposta non sta nella tecnologia, ma nell’ambiente che la circonda. Il documento lo dice in modo netto: norme chiare, infrastrutture solide e predisposizione alla rete sono fattori importanti quanto la tecnologia. Lo studio è altrettanto esplicito: una regolamentazione stabile e prevedibile su permessi, aste e accesso alla rete è tanto critica quanto la maturità tecnica. I progetti galleggianti, si legge, richiedono regole, infrastrutture e quadri finanziari distinti da quelli dell’eolico a fondazione fissa.

Il progresso, in altre parole, è frenato non solo dai costi, ma dalla complessità delle autorizzazioni, dai ritardi nelle aste governative, dall’accesso alla rete, dalle salvaguardie ambientali e dalla sequenza di logistica e capacità industriale. Servono scadenze prevedibili e strumenti che riducono il rischio: sono essenziali per attrarre investimenti. Un progetto fermo in attesa di un permesso, o in coda per la connessione alla rete, non diventa conveniente solo perché la turbina costa un po’ meno.

Non è nemmeno una questione di aspettare la prossima innovazione. Le condizioni per rendere il rischio accettabile sono già note: tempi certi nelle autorizzazioni, calendari di aste che non slittano, criteri chiari per l’accesso alla rete e salvaguardie ambientali definite prima di iniziare. Se questi elementi mancano, anche un costo competitivo resta sulla carta.

Cosa cambia per chi investe (e per chi paga)

Il punto, allora, non è aspettare turbine più economiche, ma costruire un quadro che riduca il rischio. Per l’Italia la posta in gioco è concreta: l’eolico offshore galleggiante contribuisce al processo di decarbonizzazione del Paese e ha ricadute sull’economia italiana e sulle filiere locali. In altre parole, non è solo energia dal mare: può diventare lavoro per l’economia italiana e per le filiere locali.

Per chi deve decidere se investire, i segnali da osservare sono soprattutto normativi. Un’asta con date certe e criteri chiari vale più di un’ulteriore riduzione del costo della turbina. Una procedura autorizzativa prevedibile vale più di una nuova promessa tecnologica. E per chi paga la bolletta, la differenza si vedrà quando l’energia prodotta in mare entrerà davvero in rete, senza anni di attesa.

Il Mediterraneo non è solo una risorsa energetica: è un’occasione industriale per le filiere locali. La differenza la faranno tempi certi e procedure prevedibili, più di un ulteriore salto tecnologico.