In Puglia l’ombra dei pannelli ha aumentato la produzione del 277%, ma in Veneto ha ridotto zuccheri e antociani
C’è un dato che sembra un controsenso: viti che vivono all’ombra dei pannelli solari producono molta più uva di quelle in pieno sole. In Puglia, già nel 2025, un gruppo di ricercatori dell’Università di Bari ha misurato una produttività superiore del 277% rispetto alle piante esposte al sole. Il risultato è raccontato in un articolo pubblicato il 20 agosto scorso su The Economic Times, che riprende uno studio comparso sulla rivista Horticulturae.
Ma dietro la cifra c’è una storia più complessa: gli stessi pannelli, in altri contesti, hanno tolto zuccheri e colore all’uva. Per capire se conviene, bisogna guardare vitigno per vitigno, clima per clima e tipo di impianto.
L’ombra che fa fruttare la vigna: il paradosso pugliese
La domanda spontanea è: l’uva non ha bisogno di sole? Lo studio pugliese, intitolato “Exploring the Grape Agrivoltaic System: Climate Modulation and Vine Benefits in the Puglia Region, Southeastern Italy”, ha rovesciato l’intuizione. I ricercatori dell’Università di Bari hanno riportato che l’ombra dei pannelli ha aumentato l’umidità del suolo e moderato la temperatura del terreno, aiutando le viti. In una regione mediterranea dalle estati calde e secche, il sollievo termico si è tradotto in più grappoli.
Il vantaggio non sarebbe solo agronomico. Secondo i dati tecnici riportati in un record dell’indice AGRIS, il sistema agrivoltaico ha prodotto più del 90% dell’elettricità di un impianto a terra e ha raggiunto un indice di uso del suolo, il land equivalent ratio, pari a 3,54. In pratica, sullo stesso terreno si alleva la vite e si produce quasi tanta elettricità quanto un impianto fotovoltaico dedicato.
Ma se l’ombra fa così bene in Puglia, perché altrove i risultati sono diversi?
Stessa tecnologia, risultati opposti: dal Veneto a Lake Erie
La risposta sta nel fatto che non tutte le vigne reagiscono allo stesso modo all’ombra. Nel 2023, uno studio pubblicato su Scientia Horticulturae sulle viti Corvina coltivate in Veneto per tre stagioni vegetative ha mostrato risultati opposti: le rese sono calate leggermente, insieme al contenuto di antociani, fenoli e zuccheri nell’uva. Quei parametri non sono marginali: sono tra i numeri che determinano il valore della vendemmia.
Dall’altra parte dell’Atlantico, ad aprile 2025, i ricercatori della Cornell University hanno modellato un impianto diverso: pannelli bifacciali verticali installati al posto di ogni quinta fila di viti nei vigneti di uva Concord vicino a Lake Erie, nello Stato di New York. Il modello ha stimato circa 400 dollari di profitto in più per acro all’anno, in gran parte per minori perdite di raccolto ed elettricità generata in loco. Secondo la fonte pubblicata il 20 agosto scorso, con circa 30.000 acri di vigneti Concord nella zona e la pressione crescente di clima e competizione per lo sviluppo fotovoltaico, l’agrivoltaico era passato da idea di nicchia a valutazione economica concreta per gli agricoltori locali.
Davanti a risultati così contrastanti, come si fa a scegliere?
Vent’anni di esperimenti (che pochi conoscono)
Per capire cosa conviene fare, serve un passo indietro: l’agrivoltaico non è nato ieri. Il termine è stato coniato nel 2011 dalla ricercatrice francese Christian Dupraz presso l’Institut National de la Recherche Agronomique (INRAé). Già nel 2004, in Giappone, il pioniere Akira Nagashima aveva analizzato la crescita delle colture sotto i moduli fotovoltaici nei primi impianti pilota, promuovendo la tecnologia come “solar sharing”. Lo ricostruisce una retrospettiva del Lincoln Institute of Land Policy.
Vent’anni di prove ci dicono che il risultato cambia in base a tre leve: il vitigno, il clima e il tipo di pannello. In Puglia i moduli erano sopra le viti e hanno protetto le piante dal caldo estivo; nel Veneto sulla Corvina hanno tolto luce a un vitigno che evidentemente la sfruttava; a Lake Erie i ricercatori non hanno usato pannelli sopraelevati ma moduli bifacciali verticali tra i filari, lasciando le viti in condizioni diverse. Non è lo stesso agrivoltaico.
Un altro tassello arriva dalle esperienze con agrivoltaico dinamico: i pannelli mobili possono ritardare la veraison di 2–5 giorni e la raccolta fino a 7 giorni, come riportato in un contributo su IVES Open Science. Per chi ha bisogno di vendemmie anticipate o di maturazioni allineate a una certa finestra di mercato, anche questo spostamento ha un valore economico, positivo o negativo a seconda del caso.
Non esiste una risposta unica: l’agrivoltaico può triplicare la resa in un vigneto assolato o ridurre leggermente antociani, fenoli e zuccheri in un altro. La domanda giusta per chi coltiva vite non è “conviene l’agrivoltaico?”, ma “quale agrivoltaico, per quale vigna?”. I dati di Puglia, Veneto e Lake Erie dicono che il progetto va cucito addosso al singolo appezzamento: clima, varietà, orientamento dei filari, tipo di pannello e obiettivi economici. Chi copia il modello altrui rischia di pagare un impianto per risolvere un problema che non ha, o di rinunciare a un vantaggio reale.




