Il Pd apre un tavolo con esperti per sbloccare gli impianti, ma resta il nodo dei tempi autorizzativi
Chi aspetta da mesi un’autorizzazione per un impianto rinnovabile lo sa: in Italia la transizione energetica non si blocca per mancanza di pannelli o pale, ma per i tempi delle procedure. Lo scorso anno i numeri hanno cominciato a dirlo con chiarezza. A fine agosto, come ha ricostruito Verdi Ambiente e Società, a Roma si è svolto un incontro a porte chiuse tra la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e una delegazione di scienziati ed esperti del settore energetico.
La transizione che non decolla: i numeri del freno
Il freno si vede nei numeri, non nelle tecnologie. Già nei primi cinque mesi del 2025, come ha segnalato l’ASviS, in Italia sono state installate meno fonti rinnovabili dell’anno precedente: 2,3 gigawatt contro 2,6. Un trend che, se confermato, potrebbe interrompere la crescita annuale delle rinnovabili fatta segnare in questo decennio. Per un’impresa che progetta un impianto, la differenza tra 2,3 e 2,6 gigawatt non è una cifra astratta: sono autorizzazioni che non arrivano, cantieri che non partono, investimenti che restano in attesa. Non è un problema di pannelli o pale: è il segnale che i progetti faticano a uscire dalle stanze in cui si decide. Ma perché succede? La risposta non sta nelle tecnologie, ma nelle stanze della politica.
Il paradosso del tavolo scienza-politica
A monte del tavolo c’è una lettera aperta. Secondo la fonte pubblicata il 27 maggio da Huffington Post, settantacinque scienziati, attivisti ed ecologisti storici hanno scritto ai leader del cosiddetto «Campo Largo». La lettera aperta ai leader del «Campo Largo» è indirizzata a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Riccardo Magi e Matteo Renzi.
Lo scorso 28 agosto quel percorso è arrivato a un tavolo. Erano presenti, oltre a Schlein, i membri della segreteria Annalisa Corrado e Antonio Misiani e il coordinatore del forum industria Andrea Orlando. Il PD e i promotori dell’appello hanno concordato di istituire un gruppo di lavoro permanente, con una rappresentanza degli esperti e i membri della segreteria con le deleghe coinvolte. Il tavolo si è aggiornato con l’impegno di valutare le proposte del coordinamento nell’ambito della costruzione del programma elettorale per le future elezioni nazionali.
Schlein ha descritto così il senso dell’incontro: «L’incontro di oggi conferma la volontà del Partito Democratico di fondare le scelte sulla transizione ecologica ed energetica sul dialogo costante con la comunità scientifica». Ma il paradosso è arrivato subito dopo. Giovanni Montagnani, tra i promotori, ha detto che troppo spesso le amministrazioni locali di cui il Pd fa parte non sono sufficientemente impegnate nella transizione verso le rinnovabili e, anzi, a volte ne sono un ostacolo. In altre parole: la politica nazionale ascolta la comunità scientifica, ma in periferia i cantieri possono restare fermi proprio dove il Pd governa.
Dimezzare i tempi? Tra proposta e voti, cosa aspettarsi
Proprio da questo scarto arriva la prima proposta concreta. Come riferito da Greenreport, il Partito Democratico propone di istituire un’unità di missione tra Governo e Regioni per definire tempi, modalità e localizzazione delle «aree superidonee», in collaborazione con Terna, per garantire che si tratti di aree effettivamente interessanti per gli investimenti. L’obiettivo è dimezzare i tempi autorizzativi. Per chi aspetta un permesso, in concreto, significherebbe procedure più brevi e aree già individuate, con meno margine per blocchi locali.
Il problema è che intorno a queste scelte la politica resta divisa. Lo si è visto al Senato sulla legge nucleare: 81 favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Azione ha votato a favore, Italia Viva si è astenuta, mentre Pd, M5s e Avs hanno votato contro. Non è un dettaglio tecnico: un’unità di missione Governo-Regioni ha bisogno di accordi politici, e il contesto parlamentare è frammentato.
Per cittadini e imprese il segnale è semplice. Se il tavolo tra scienza e politica si traduce in autorizzazioni più rapide e aree idonee certe, chi aspetta un permesso può sperare in tempi dimezzati. Altrimenti, il prossimo impianto rinnovabile rischia di restare fermo in Comune: non per colpa della tecnologia, ma per il tempo che le procedure richiedono quando mancano scelte politiche chiare.




