Vincolo paesaggistico non basta a fermare un impianto, ma i progetti restano bloccati tra pareri e attese
Quante famiglie e imprese hanno rinunciato a un impianto fotovoltaico sentendosi dire «c’è il vincolo paesaggistico»? Una sentenza del Consiglio di Stato dello scorso 25 agosto smonta questo automatismo. Come spiega l’analisi pubblicata da QualEnergia.it, la presenza di un vincolo paesaggistico non determina automaticamente l’incompatibilità di un impianto a fonte rinnovabile. Ma se il principio è chiaro, perché i progetti restano fermi?
Il dubbio che blocca il progetto
La sentenza n. 6631 dello scorso 25 agosto, emessa dalla Sezione IV del Consiglio di Stato, riguarda un impianto agrivoltaico: un vincolo paesaggistico non giustifica automaticamente il diniego. L’amministrazione preposta alla tutela del vincolo deve svolgere un bilanciamento concreto tra tutela del paesaggio e interesse alla produzione di energia da fonti rinnovabili; l’eventuale diniego deve rispettare determinati requisiti.
Il punto delicato è che il favor per le rinnovabili non significa automatica prevalenza dell’interesse energetico su quello paesaggistico: lo ha precisato lo stesso Consiglio di Stato respingendo l’appello, come riporta l’analisi pubblicata da Fiscalità dell’Energia. E il recepimento della direttiva RED II, modificata dalla RED III, tramite il d.lgs. 190/2024 conferma all’articolo 3 l’operatività della presunzione caso per caso, condizionandola al previo confronto con gli altri interessi in gioco, come spiega l’approfondimento del CERIDAP.
Ma se il principio è chiaro, perché i progetti restano fermi? La risposta sta nei numeri.
I numeri dietro il ritardo
La risposta sta nei numeri: non è solo il vincolo, ma un sistema che accumula attese. Secondo i dati raccolti da QualEnergia, sono 160 i progetti in attesa della determina finale della Presidenza del Consiglio, richiesta in caso di conflitto tra Mase e Mic, 45 in più rispetto all’anno precedente. Sempre secondo i dati di Legambiente citati nella stessa ricostruzione, 88 impianti risultano bloccati da pareri delle istituzioni competenti per i beni culturali, di cui 80 dal ministero della Cultura.
A giugno 2026, secondo un’analisi di Teha, l’Italia potrebbe risparmiare 17 miliardi all’anno sulla spesa energetica e creare più di 60mila nuovi posti di lavoro rimuovendo i colli di bottiglia che frenano lo sviluppo delle rinnovabili. Per il fotovoltaico, i tempi di autorizzazione superano di circa 12 mesi il limite massimo di 24 mesi previsto dalla RED III; per l’eolico il divario arriva a 32 mesi.
In pratica, un impianto fotovoltaico può restare in attesa oltre 36 mesi invece dei 24 previsti, e uno eolico si allontana ancora di più dai limiti europei. Non è solo una questione di carte: ogni mese di ritardo è costo del progetto che, alla fine, si scarica sulla bolletta di famiglie e imprese. Rimosso l’alibi del paesaggio, restano procedure e tempi: cosa cambia in pratica?
Cosa conviene sapere (e chiedere)
Dai numeri si torna al singolo progetto. Se il vincolo non è un muro, cosa serve per passare? Il punto pratico della sentenza è semplice: il diniego non può limitarsi a invocare il vincolo. L’amministrazione deve dimostrare di aver soppesato, caso per caso, la tutela del paesaggio e l’interesse alla produzione di energia da fonti rinnovabili; l’eventuale diniego deve essere motivato in modo concreto, non automatico. Chi progetta può pretendere che la valutazione tenga conto di questo bilanciamento e non si fermi a un no di principio.
Nella sentenza è contenuto anche l’elenco dei principi da seguire e degli errori da non commettere nel giudizio di compatibilità degli impianti: un vademecum per chi sta preparando un progetto agrivoltaico, fotovoltaico o eolico in area vincolata. La differenza pratica è tra un «no» per il paesaggio e un «no» motivato su un confronto reale. Come quando si chiede un finanziamento: la risposta non può essere «non si può» senza guardare i numeri. Allo stesso modo, la soprintendenza non può fermare un impianto solo perché il vincolo esiste.
Resta da vedere se le amministrazioni seguiranno il principio o continueranno a ritardare. La prossima volta che un progetto si ferma al «no» per il paesaggio, chiedete il bilanciamento concreto: il diniego deve essere motivato, non automatico. Se le procedure non si sbloccano, il conto arriva in bolletta.




