Il conto per smantellare le vecchie centrali sale mentre si attende un nuovo nucleare tra vent’anni
Il cantiere infinito: 11 miliardi e due decenni di attesa
La contraddizione è tutta nei numeri. Undici miliardi sono la stima a vita intera per il solo smantellamento delle vecchie centrali, un processo che avanza con lentezza esasperante. Secondo Arera, audita sul disegno di legge Nucleare, il decommissioning era arrivato a circa il 32% alla fine del 2023. Significa che due terzi del lavoro devono ancora essere fatti, mentre si continua a pagare per chiudere capitoli della nostra storia industriale che risalgono a prima dei referendum. L’Italia ha abbandonato l’energia nucleare dopo le consultazioni popolari del 1987 e del 2011, che hanno bloccato, in forme diverse, la strada italiana all’atomo. Eppure, trentanove anni dopo il primo stop e quindici dopo il secondo, il lascito materiale di quell’epoca è ancora lì, con i suoi costi e i suoi rischi.
Ora il disegno di legge n.2669, approvato con modifiche alla Camera lo scorso 4 giugno, passa in seconda lettura al Senato. Il testo porta la delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, un perimetro che include la ricerca, la sperimentazione e la realizzazione di nuova capacità. Ma siamo onesti: anche volendo accelerare, le nuove centrali non entrerebbero in funzione prima di vent’anni, come ha ricordato la deputata Chiara Braga. I decreti attuativi della futura legge, ha spiegato il ministro Pichetto, arriveranno entro la fine del 2026. Poi serviranno studi di fattibilità, iter autorizzativi, progettazione esecutiva, cantieri. Due decenni, nella migliore delle ipotesi. Nel frattempo il conto per il passato non solo resta aperto, ma continuerà a salire. Ma chi spinge per questo ritorno e perché proprio ora?
La regia politica: audizioni, emendamenti e interessi dietro il ritorno al nucleare
Dietro il paradosso temporale c’è una strategia politica che si muove su più binari. Al Senato è centrale il lavoro della 8ª Commissione Ambiente, transizione ecologica, energia, lavori pubblici, comunicazioni e innovazione tecnologica, con il seguito dell’esame del decreto Piano Casa, del disegno di legge sulla cattura della CO2, dei provvedimenti sulle isole minori e, per l’appunto, della delega sul nucleare sostenibile. Sono previste audizioni con un ventaglio ampio di interlocutori: soggetti industriali, istituzionali, scientifici e associazioni ambientaliste. L’obiettivo dichiarato è portare il testo a compimento, creando il quadro legislativo che dovrebbe attrarre investimenti e rilanciare un settore fermo da una generazione.
Parallelamente, la macchina legislativa non si limita al nucleare. Alla Camera sono in corso audizioni sulla governance portuale e sul rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di trasporto marittimo, nell’ambito dell’esame del disegno di legge C. 2925. E mentre il dibattito sull’atomo monopolizza l’attenzione, si fissano scadenze più concrete: il termine per la presentazione di emendamenti e ordini del giorno al disegno di legge 1700 sull’efficientamento dell’illuminazione pubblica e degli edifici pubblici è fissato al 7 luglio 2026. Misure meno spettacolari ma dall’impatto immediato, che rischiano di passare in secondo piano rispetto alla narrazione del grande ritorno al nucleare.
Non si tratta di stabilire se il nucleare sia tecnicamente fattibile o se i reattori di nuova generazione siano sicuri. La questione è più prosaica: chi pagherà? Undici miliardi per chiudere il passato, costi ancora ignoti per costruire il futuro, e nel mezzo vent’anni di bollette sulle quali si scaricheranno, come sempre, gli oneri di sistema. Resta da chiedersi se la volontà popolare espressa nei referendum del 1987 e 2011 avrà ancora un peso, o se la delega al Governo si tradurrà in un’architettura normativa che rende superflua qualsiasi nuova consultazione.
E adesso? La domanda che i decreti non sciolgono
Mentre il Senato si prepara alla seconda lettura, il cronoprogramma resta nebuloso. I decreti attuativi arriveranno entro la fine del 2026, le centrali non prima di vent’anni. Ma cosa succede nel frattempo? Il sistema energetico italiano ha bisogno di soluzioni adesso: reti, accumuli, rinnovabili, efficienza. Il rischio è che la delega sul nucleare diventi l’ennesimo annuncio di lungo periodo che congela il dibattito senza risolvere i problemi immediati, mentre il cantiere vero — quello delle bollette, della dipendenza energetica, delle emissioni — resta aperto.
Il nucleare italiano riparte da una delega. Ma chi pagherà il conto dei prossimi vent’anni, e con quale consenso?




