Il progetto nasce nell’area dell’ex stabilimento Bekaert, chiuso nel 2018 con la perdita di 318 posti di lavoro

Quando una fabbrica chiude, non si perdono solo posti di lavoro: si spegne una parte del territorio. A Figline Valdarno lo sanno bene dal 2018, quando la belga Bekaert annunciò la chiusura dello stabilimento e 318 famiglie rimasero senza stipendio. Su quell’area è in progetto qualcosa di diverso: ad agosto Comtel e H2-Era Green Valley hanno sottoscritto un memorandum d’intesa per lo sviluppo di un data center all’interno di un progetto di rigenerazione industriale. Lo riferisce pv magazine Italia.

Dalla fabbrica chiusa alla Green Valley

La ferita non è recente. Nel 2018, la Bekaert, azienda belga, annunciò la chiusura dello stabilimento di Figline Valdarno, con la perdita di 318 posti di lavoro. Quattro anni dopo, il sito è stato acquistato da un consorzio guidato da Ge-Group e ribattezzato H2-Era Green Valley. È dentro questo perimetro che si inserisce il progetto annunciato ad agosto. La trasformazione non riguarda solo il capannone: l’idea è usare un’area industriale dismessa e un’ex miniera di lignite per produrre energia rinnovabile, ospitare server e rimettere in moto attività produttive.

Un data center che produce energia, idrogeno e salmone

Il cuore del progetto è un impianto fotovoltaico da 100 MW. Secondo H2-Era Green Valley, sorgerebbe in un’ex area mineraria di lignite di circa 64 ettari, distante circa 2 km, mentre la superficie destinata al data center sarebbe compresa tra 15.000 e 25.000 metri quadrati, a seconda dell’utilizzatore. Il parco fotovoltaico dovrebbe coprire integralmente il fabbisogno elettrico del data center: l’energia prodotta in eccesso verrebbe usata per alimentare un elettrolizzatore destinato alla produzione di idrogeno verde.

Il progetto non si ferma ai server. L’ossigeno ottenuto dall’elettrolisi dovrebbe essere impiegato in un allevamento ittico a ciclo chiuso per la produzione di salmone, mentre il calore di scarto del data center verrebbe recuperato per la climatizzazione della vertical farm. In pratica, si prova a chiudere il cerchio: l’energia rinnovabile alimenta il data center, l’eccesso produce idrogeno verde, l’ossigeno diventa input per l’allevamento e il calore dei server riscalda le coltivazioni. È un paradosso solo apparente: i data center sono spesso descritti come grandi consumatori di energia, ma qui l’energia viene prodotta nello stesso perimetro e, quando avanza, non viene sprecata.

Dal punto di vista tecnico, il tentativo è quello di trattare ogni flusso come una risorsa. In un impianto convenzionale il calore dei server viene disperso e l’ossigeno dell’elettrolisi finirebbe in atmosfera; qui invece sono convertiti in input per allevamento e coltivazioni. Non è solo una questione ambientale: per chi progetta un data center, ridurre gli sprechi significa anche rendere l’impianto meno dipendente dalla rete esterna.

La corsa europea ai data center e il collo di bottiglia della rete

Fuori da Figline, però, la rete è sotto pressione. L’Unione europea ha fissato l’obiettivo di triplicare la capacità dei data center nei prossimi cinque-sette anni; allo stesso tempo, la congestione della rete minaccia di rallentare l’espansione. In Italia il nodo è già visibile: Terna ha oltre 50 GW di richieste di connessione per data center, ma la rete può attivarne solo una frazione nel breve termine.

La domanda, intanto, non accenna a fermarsi. Il mercato italiano dei data centre è previsto crescere da circa 7,5 miliardi di euro nel 2025 a 13,5 miliardi di euro entro il 2030, con un tasso annuo compreso tra l’11 e il 12%; a spingere sono la domanda degli hyperscaler e dell’intelligenza artificiale. Anche l’idrogeno verde è osservato con attenzione: secondo Microsoft, una volta che sarà disponibile ed economicamente sostenibile, l’alimentazione di riserva stazionaria di questo tipo potrebbe essere usata in diversi settori, dai data center agli edifici commerciali e agli ospedali.

Chi vive vicino a un’area industriale dismessa può aspettarsi che progetti simili arrivino anche lì. Non porterebbero solo server: nei piani di Figline Valdarno ci sono energia pulita, produzione locale di idrogeno, allevamento e coltivazioni, e una possibile nuova idea di sviluppo per territori che hanno già pagato il prezzo della deindustrializzazione.