L’impianto produrrà biometano dal letame per riscaldare 6.000 abitazioni, ma nel Regno Unito manca un sistema per contabilizzarlo

Guardate la bolletta del gas: nessuno vi dice se quelle molecole arrivano da un giacimento o da una stalla. Eppure, nel Cheshire, un’azienda agricola descrive un impianto che, secondo la pagina pubblicata da Grosvenor il 22 agosto 2026, produrrà abbastanza gas rinnovabile da riscaldare circa 6.000 abitazioni all’anno.

Il progetto si chiama Grosvenor Green Gas. Le stime contenute nella stessa pagina indicano oltre 72 GWh di biometano all’anno ottenuti da un massimo di 170.000 tonnellate di letame, con un risparmio di circa 8.500 tonnellate di emissioni equivalenti di CO₂ l’anno. A costruire l’impianto sarà l’azienda olandese HoSt Bioenergy Systems.

Dal letame alla rete: una stalla che scalda 6.000 case

Il progetto si inserisce in una realtà già strutturata: Grosvenor Farms impiega più di 70 persone in posizioni specialistiche. Non è la prima volta che l’azienda prova a ridurre le emissioni della filiera del latte: ha alle spalle una precedente collaborazione con Tesco per testare l’integratore alimentare Bovaer di dsm-firmenich, pensato per ridurre il metano prodotto dai bovini. L’obiettivo dichiarato è diventare produttore di latte a zero emissioni nette di carbonio entro il 2030.

Ma quanto è rappresentativo questo esempio nel contesto britannico? Per capirlo conviene allargare lo sguardo all’intero settore.

Un’industria matura con un buco contabile

Il progetto Grosvenor non nasce in un deserto: il settore britannico del biogas digerisce circa 36 milioni di tonnellate di materiale organico ogni anno. È una filiera già in grado di trasformare scarti agricoli e organici in energia, ma proprio sul piano della contabilizzazione c’è un vuoto.

Secondo il UK Parliament POST, il biometano immesso in rete non rientra nei meccanismi esistenti perché manca un sistema di contabilizzazione. In pratica, chi immette gas rinnovabile nella rete nazionale non può dimostrare, ai fini dei conti climatici o delle rivendicazioni aziendali, che quelle molecole siano diverse da quelle di origine fossile.

Il paradosso è che la capacità produttiva c’è e i progetti avanzano, ma senza contabilizzazione il contributo del biometano rischia di restare invisibile nei bilanci delle emissioni. Le grandi aziende possono aggirare il limite con contratti diretti, come mostra il caso di AstraZeneca che vedremo tra poco; per famiglie e piccole imprese manca invece uno strumento semplice per valorizzare il gas rinnovabile. Se il gas rinnovabile non viene contabilizzato, l’offerta “verde” rischia di rimanere una promessa difficile da verificare in bolletta.

Il precedente di Moor Bioenergy e l’obiettivo 2030

Il vuoto contabile non ha fermato tutti. Nel Lincolnshire, l’impianto Moor Bioenergy fornirà 100 GWh di energia rinnovabile all’anno ad AstraZeneca UK, pari al 20% del consumo globale di gas dell’azienda. È un esempio di come il biometano possa essere acquistato direttamente, anche senza un meccanismo di contabilizzazione, attraverso accordi di fornitura tra impianto e impresa.

Per Grosvenor, l’impianto contribuisce all’obiettivo di raggiungere zero emissioni nette di carbonio entro il 2030, come spiega la società HoSt Bioenergy Systems. Il 2030 è lo stesso orizzonte indicato per l’ambizione di diventare produttore di latte a zero emissioni nette. Resta da vedere se il meccanismo di contabilizzazione arriverà prima di quella data: da quello dipenderà se il gas rinnovabile potrà essere scelto, e non solo raccontato.