Guardate una bolletta della luce: c’è una voce chiamata distribuzione che passa spesso inosservata, eppure dietro ci sono reti fisiche che qualcuno dovrà gestire per i prossimi vent’anni. A fine giugno, all’assemblea pubblica di Utilitalia, Federico Testa — presidente di Magis, ex parlamentare PD e presidente Enea, persona dell’anno 2016 della Staffetta — è tornato all’attacco sulle concessioni energetiche: idroelettrico, distribuzione elettrica, gas. Lo riferisce la Staffetta Quotidiana.
La bolletta non dice chi comanda
Il punto di partenza, appunto, è la bolletta. La voce della distribuzione non dice chi controllerà davvero le reti, ma è lì che si gioca una partita destinata a durare decenni. L’affondo di Testa all’assemblea pubblica di Utilitalia non è un fuoco di paglia: tocca idroelettrico, distribuzione elettrica e gas, cioè le infrastrutture che non vediamo ma che determinano costi e qualità del servizio. La domanda che resta aperta è se la denuncia sia fondata: per capirlo servono numeri su chi controlla davvero quelle reti.
I numeri della concentrazione
La storia normativa aiuta a mettere a fuoco il problema. Già il decreto Bersani del 1999 prevedeva gare per le concessioni di distribuzione elettrica. Poi, però, la legge di bilancio 2024 ha aperto alla possibilità di prorogare fino a vent’anni le concessioni di distribuzione elettrica. Una posizione sintetizzata così: «Ci sembra sbagliato che le concessioni, in scadenza nel 2029, siano prorogate per 20 anni».
I numeri raccontano perché la questione è delicata. Secondo la fonte, circa l’85% delle reti elettriche resta in concessione all’Enel: in questo modo la ricchezza viene redistribuita agli azionisti, che sono anche investitori istituzionali come BlackRock, invece di restare sui territori. È il cuore della critica di Testa: la proroga non premia necessariamente chi abita e lavora vicino alle reti.
Sul gas la concentrazione è altrettanto marcata. Dopo l’incorporazione di 2i Rete Gas, Italgas detiene oltre il 50% del mercato nazionale della distribuzione del gas e quote superiori al 70 per cento in alcune regioni. Non solo: Italgas propone di ridurre il numero degli Atem da 172 a 31, creando ambiti territoriali molto più grandi. Meno ambiti e più grandi significano meno spazi di confronto locale e una gestione ancora più accentrata.
La gara che non arriva
La concentrazione, però, non è un problema astratto: tocca le scelte che il governo deve ancora fare. A inizio agosto, a quasi dieci mesi dalla scadenza del 30 giugno 2025 entro la quale avrebbe dovuto essere varato il decreto Mase-Mef attuativo della norma della legge di bilancio, la proroga delle concessioni di distribuzione elettrica sembrava ancora lontana dal traguardo. Lo spazio per una vera gara, insomma, non si è aperto.
Dalla stessa riflessione emerge un’altra necessità: servono investimenti sulle reti e sull’efficienza degli edifici, ma è necessario anche aprire una profonda riflessione sulla concorrenza nel mercato dell’energia. Il ritardo nell’attuazione lascia in sospeso proprio la promessa di investimenti e concorrenza che dovrebbe giustificare ogni proroga.
La prossima volta che si parla di proroghe delle concessioni, il metro per giudicare è semplice: se i benefici restano ad azionisti lontani, la bolletta e il territorio non hanno nulla da guadagnare.




