Il governo ha prorogato le concessioni elettriche, ma il decreto attuativo entro il 2025 manca.
Sulla bolletta elettrica c’è una voce che in pochi notano: la tariffa di distribuzione. È quella che paga la rete fisica che porta l’elettricità fino ai contatori di case e imprese, ed è lì che si nasconde una storia iniziata più di venticinque anni fa. Nel 1999 il Decreto Bersani liberalizzò il mercato dell’energia e impose che le concessioni per le reti di distribuzione elettrica in Italia terminassero nel 2030, con le gare da indire già nel 2025. La vicenda delle concessioni di distribuzione elettrica è poi andata in tutt’altra direzione: la proroga è stata decisa, il decreto che deve attuarla no. E il conto, come spesso accade, rischia di finire in bolletta.
Un contratto scaduto e un decreto fantasma
A cambiare le carte è intervenuto il governo Meloni, che con un emendamento alla Legge di Bilancio ha reso possibile un rinnovo delle concessioni per altri vent’anni senza gara, in cambio di piani di investimento per ammodernare la rete. In pratica: chi già gestisce la rete può restare, a condizione di presentare un piano di spesa. Il meccanismo potrebbe anche avere una logica, se gli impegni fossero vincolanti e verificabili. Il problema è che la norma prevedeva un passaggio attuativo: un decreto del Mase e del Mef, da varare entro il 30 giugno 2025. Quel decreto, a più di un anno di distanza, non risultava ancora arrivato: all’inizio di agosto 2026 la proroga appariva ancora lontana dal traguardo.
La conseguenza è un paradosso: la regola del 1999 diceva che nel 2025 si sarebbero dovute indire le gare; la legge di Bilancio ha scelto di non farle, promettendo in cambio investimenti; l’atto che dovrebbe rendere operativa quella promessa non è mai stato adottato. Chi paga il conto del ritardo? Il rischio è che a pagarlo siano i clienti finali, dentro una voce di costo che non possono scegliere.
I numeri dietro la proroga: una rendita del 5,6%?
Per capire cosa sia davvero in gioco, basta seguire il denaro. Le concessioni per la distribuzione elettrica, in scadenza nel 2029, verrebbero prorogate per altri vent’anni, cioè fino al 2049 circa. Il mercato, però, è molto concentrato: circa l’85% delle reti resta in concessione a Enel. Non è un dettaglio tecnico, perché significa che buona parte della rendita associata alla proroga andrebbe a un solo operatore.
Quanto rende, in concreto, questa attività? Il tasso di remunerazione riconosciuto ai distributori è del 5,6%, un valore significativamente superiore ai rendimenti dei titoli pubblici, che si collocano nell’ordine del 3-3,5%. Tradotto: per chi gestisce la rete, il capitale investito viene pagato più di quanto renderebbe un titolo di Stato. Come ha rilevato Ibl, «dal punto di vista economico l’operazione equivale a un’emissione di debito pubblico mascherata». Un debito che non compare nel bilancio dello Stato ma, in prospettiva, nelle tariffe pagate da famiglie e imprese.
Nel frattempo, la rete dovrebbe prepararsi alla transizione. Al 2025 la potenza installata da fonti rinnovabili è di circa 83,5 GW; per raggiungere il target di 131 GW fissato dal PNIEC entro il 2030 ne mancano all’appello 47,5 GW. Ogni impianto ha bisogno di una rete capace di accogliere l’energia prodotta: se gli investimenti dei gestori restano opachi o tardano, il collo di bottiglia rischia di spostarsi dagli impianti ai cavi. Se il costo è certo e il beneficio è lontano, resta da chiedersi a cosa servano davvero questi vent’anni in più.
Cosa guardare nei prossimi mesi
Se la proroga non è revocabile, almeno può essere condizionata. È la linea indicata dall’AGCM, che ha messo a fuoco due richieste concrete. La prima: se la proroga è inevitabile per investimenti urgenti, deve essere limitata al tempo strettamente necessario, con l’obbligo per il subentrante di rimborsare gli investimenti non ammortizzati. In parole semplici: chi a fine concessione lascia la rete deve poter recuperare quanto speso e non ancora ripagato; il nuovo gestore non parte da zero, ma non riceve nemmeno un regalo.
La seconda: una netta separazione tra i gestori delle reti e i venditori di energia, perché il distributore sia un soggetto terzo e neutrale rispetto ai concorrenti sul mercato. Se chi controlla i cavi e chi vende l’elettricità appartengono allo stesso gruppo, non è difficile immaginare che qualcuno possa essere avvantaggiato. La separazione servirebbe a ridurre questo rischio.
E poi c’è la trasparenza del decreto attuativo: sarà lì che si capirà se i piani di investimento sono davvero vincolanti o restano dichiarazioni d’intenti. Il decreto Mase-Mef è il vero termometro della vicenda. La domanda non è se la rete cambierà, ma se i soldi già pagati in bolletta torneranno come investimenti visibili o come rendita garantita. Guardare la voce «distribuzione» con occhi diversi è il primo modo per orientarsi: da lì passa la differenza tra una rete pronta per le rinnovabili e una rendita che si limita a incassare.




