Le pale dismesse sono compositi termoindurenti difficili da riprocessare: entro il 2030 saranno 55.000 tonnellate l’anno

Entro il 2030, il volume annuale di materiale delle pale eoliche dismesse aumenterà a 55.000 tonnellate all’anno, secondo la stima di WindEurope. È una cifra che fino a poco fa si traduceva quasi per intero in incenerimento o in discarica: le pale sono realizzate in compositi polimerici termoindurenti rinforzati con fibra di vetro, materiali difficili da riprocessare. Quel vincolo ha iniziato a incrinarsi nei mesi scorsi, come documenta un articolo del portale CORDIS pubblicato lo scorso 13 marzo. A sei mesi da quella pubblicazione, la domanda non è più se la fibra riciclata possa tornare in una pala: è se possa farlo su scala industriale.

Il numero che cambia la partita

La difficoltà di riciclo dei compositi termoindurenti non è un dettaglio tecnico, è una proprietà del materiale. I compositi polimerici termoindurenti rinforzati con fibra di vetro, come riassume la letteratura tecnica di settore, sono intrinsecamente difficili da riprocessare e da trasformare in nuovi materiali di valore; per questo le pale dismesse sono finite storicamente incenerite o in discarica. Serve una precisazione: qui si parla di tonnellate di materiale fisico, non di potenza installata né di energia prodotta. La massa reale dei compositi che, una volta reticolata la resina, non possono più essere fusi e riformati. Il dato WindEurope è quindi anche un dato di mercato: 55.000 tonnellate all’anno entro il 2030 significano un flusso costante di fibra di vetro già prodotta e già pagata, che fino a ieri aveva una sola destinazione possibile.

La prova in punta di pala

Quella fibra di vetro non aveva un ritorno possibile. A mostrare il contrario è stato un progetto europeo: REFRESH, lanciato già nel 2023 con finanziamento dell’Unione europea per trasformare il ciclo di vita delle pale delle turbine eoliche attraverso un sistema circolare e intelligente di riciclo dei materiali compositi. Nel suo passaggio più rilevante, i partner del progetto CETMA (Italia) e Gjenkraft (Norvegia) hanno collaborato con Cormatex (Italia) ed ÉireComposites (Irlanda) per produrre una sezione di una pala eolica utilizzando fibre riciclate recuperate da pale a fine vita.

Il dettaglio conta. In collaborazione con ÉireComposites è stata realizzata una sezione di punta di pala partendo da una pala di 13 metri, con il metodo dell’infusione sottovuoto e con un confronto diretto, nello stesso pezzo, tra fibra di vetro convenzionale e materiale riciclato. I test hanno mostrato che le proprietà meccaniche dei laminati compositi realizzati con fibra di vetro riciclata erano comparabili a quelle dei laminati realizzati con stuoie commerciali di fibra di vetro vergine. La base di confronto è solida, perché non si tratta di dichiarazioni isolate ma dello stesso pezzo, nella stessa produzione, con due materiali messi uno accanto all’altro.

A gennaio 2026, in un comunicato diffuso sul sito del progetto, il Ceo di Gjenkraft Marcin Rusin l’ha messa così: “È la prova tangibile che una piena circolarità per l’energia eolica è possibile”. La frase segna un passaggio: da scarto senza sbocco a materiale tecnicamente equivalente al vergine. Ma c’è una distanza tra quello che si dimostra in una prova e quello che si può replicare in una filiera, ed è su quella distanza che si giocherà la partita vera.

Due strade per il circolare

Se REFRESH punta a riutilizzare la fibra di vetro così com’è, con un approccio meccanico, c’è chi ha scelto la strada opposta. Vestas, il più grande produttore mondiale di turbine, ha presentato una soluzione che rende circolari le pale a base epossidica senza dover modificare il design o la composizione del materiale. Il suo approccio concorrente consiste nella decomposizione chimica della resina epossidica in materiali di qualità vergine, per rendere circolari le pale esistenti. In pratica, spezza la resina invece di separare la fibra.

Siemens Gamesa, da parte sua, ha messo in campo una linea RecyclableBlade: come risulta dalla scheda tecnica pubblicata dall’azienda, le prime pale sono state installate già nel 2021 e l’obiettivo dichiarato è di avere turbine riciclabili al 100% entro il 2040. Il confronto, a questo punto, non è tra riciclabile e non riciclabile, ma tra due filosofie: quella di REFRESH, che si accontenta di una fibra comparabile al vergine, e quella di Vestas, che punta a riportare anche la resina a qualità di partenza. La domanda aperta è quale delle due tecnologie riuscirà a scalare prima, e con quali costi per i produttori di turbine.

Il prossimo indicatore non si misurerà in laboratorio ma in capacità produttiva: tonnellate reali di fibra riciclata che entrano nelle nuove pale, non tonnellate di cui è stata dimostrata la possibilità.