La conversione della nave, rilevata dopo il fallimento del proprietario, è durata diciotto mesi prima del battesimo dello scorso luglio
Quando in bolletta compare una voce che non capiamo, è facile liquidarla come una questione di mercato. In realtà, a fine luglio, una parte dei costi della transizione energetica stava viaggiando nel Mar Baltico dentro la stiva di una nave carica di roccia: 45.500 tonnellate, per la precisione. La nave si chiama Windpiper e, secondo l’annuncio di Boskalis dello scorso 30 luglio, è partita dal porto di Rotterdam per il suo primo incarico.
La rotta era già tracciata: prima una cava in Norvegia, dove la nave avrebbe caricato le 45.500 tonnellate di roccia nelle sue due stive, poi il Mar Baltico per i primi lavori di installazione sottomarina. Quella roccia, una volta posata sul fondale, serve a proteggere i cavi e le infrastrutture che stanno sotto la superficie.
La nave che porta la bolletta in fondo al Baltico
Il primo incarico commerciale della Windpiper, secondo quanto riportato a fine luglio dalla stampa di settore, è la protezione delle infrastrutture sottomarine di un parco eolico offshore polacco nel Mar Baltico. In pratica: qualcuno deve posare roccia attorno a cavi e basamenti, altrimenti correnti, ancore e tempo li danneggiano. E quel qualcuno, per questo progetto, è una nave che fino a poco tempo fa faceva un mestiere completamente diverso.
Ma come è arrivata fin qui una nave del genere? La risposta non è in un cantiere tradizionale, ma in un fallimento e in una scommessa industriale.
Una seconda vita, dal fallimento alla flotta
Dalla stiva piena di roccia torniamo indietro di qualche anno: questa nave era già stata data per morta. Costruita in Cina e consegnata nel 2018 come Nautilus New Era, una nave pensata per l’estrazione mineraria in acque profonde, è naufragata insieme al suo primo armatore. Boskalis l’ha rilevata nel 2024, dopo il fallimento del proprietario, e ha deciso di trasformarla. La conversione è durata diciotto mesi, fino al battesimo avvenuto il 3 luglio scorso, come riportato da windpowernl. Quando era stato presentato il progetto, la consegna era prevista per il primo trimestre del 2026.
La domanda che resta non è più tecnica ma di mercato: quanta capacità di posa roccia serve davvero alla corsa eolica offshore?
La corsa alla roccia: paradosso della transizione
Se la storia della Windpiper è singolare, il mercato attorno a lei non lo è affatto. La posa di roccia sottomarina è uno degli anelli meno visibili — e più costosi — dell’eolico offshore. Per il progetto polacco a cui lavora la Windpiper, la prima fase era iniziata già a gennaio, secondo quanto riferito dalla stampa specializzata, con la posa di roccia eseguita da Van Oord, che per l’occasione ha dispiegato quattro navi. A questa capacità si aggiunge quella di Boskalis.
E non è solo una questione di concorrenza tra armatori. La richiesta di protezione delle infrastrutture sottomarine è cresciuta ovunque, e con lei gli investimenti in nuove navi. Già nel settembre dello scorso anno, per esempio, la rivale Jan De Nul ha ordinato una nuova nave SRIV da 37.000 tonnellate, la George W. Goethals, progettata internamente per funzionare a biocarburante e metanolo verde. La Windpiper, con le sue due stive da 45.500 tonnellate complessive, raddoppia di fatto la capacità di trasporto disponibile nella flotta fallpipe di Boskalis.
Il paradosso è evidente: per costruire energia pulita servono navi che bruciano combustibile, cave da cui estrarre roccia e un’industria pesante che nessuno vede. La capacità di posa roccia diventa un collo di bottiglia per l’eolico offshore. E, alla fine, anche la bolletta dipende da questo.
La prossima volta che leggerai di un nuovo parco eolico in mare, ricorda che sotto la superficie c’è una flotta che posa roccia. La transizione energetica non è fatta solo di pale e cavi: è fatta anche di navi che lavorano in silenzio. E da questo dipende la stabilità della rete e della bolletta.




