Il residenziale frena e la prima contrazione annua dal 2016 complica la rincorsa verso gli obiettivi nazionali
Con settembre appena cominciato e le bollette estive ancora sul tavolo, molti si chiedono se un anno fa avrebbero dovuto installare i pannelli. I dati del primo trimestre 2026, pubblicati da Italia Solare lo scorso aprile e ormai consolidati, raccontano che in tanti hanno rimandato quella scelta. Secondo il monitoraggio di Italia Solare sul primo trimestre, tra gennaio e marzo sono stati connessi 1.439 MW di nuova potenza, per 50.513 nuovi impianti; al 31 marzo il parco italiano contava 2.216.994 impianti e 44.952 MW complessivi. Il contatore corre, ma meno del previsto, e il ritardo si sta trasformando in un costo che famiglie e imprese iniziano a sentire.
Il contatore che corre meno del previsto
Non tutti i segmenti corrono allo stesso modo. Il residenziale frena ancora: nel primo trimestre la potenza connessa è scesa del 13% rispetto allo stesso periodo del 2025. Secondo i dati riportati da QualEnergia, già nel 2025 il segmento sotto i 20 kW si era assestato intorno a 300 MW installati a trimestre, con una riduzione del 24% rispetto al 2024. La geografia del ritardo è spigolosa: la Sardegna segna -276% di nuova potenza rispetto al primo trimestre 2025, mentre la Lombardia resta la regione con la maggiore potenza cumulata, 6.017 MW. Non è un caso isolato: se il contatore italiano rallenta, guardare oltreconfine rivela un problema più profondo.
Il sorpasso che non doveva accadere
Se il contatore italiano rallenta, cosa succede oltreconfine? Secondo l’analisi di SolarPower Europe, nel 2025 il mercato solare dell’Unione europea ha registrato la prima contrazione annua dal 2016, con un calo dello 0,7% rispetto al 2024. In questo quadro, la Francia ha superato l’Italia come terzo paese per capacità solare installata, spinta dall’espansione commerciale e utility scale; in Italia, invece, il segmento dei tetti si è contratto bruscamente dopo la fine dei regimi di sostegno. Il sorpasso è un segnale: chi frena sui tetti rischia di cedere terreno anche dove la transizione è più matura.
La bolletta zonalizzata: chi guadagna davvero?
Prima ancora dei prezzi, c’è un dato di contesto che aiuta a capire la fragilità. Il 2025 si era chiuso con 6.437 MW di potenza fotovoltaica connessa, il 5% in meno rispetto al 2024: la prima riduzione annuale dal 2013, 2020 escluso. Paolo Rocco Viscontini, nel commentare i dati annuali di Italia Solare, lo ha spiegato in modo netto: meno fotovoltaico significa un impatto negativo su famiglie e imprese, che saranno meno resilienti alle fluttuazioni dei prezzi dell’energia elettrica.
Ma c’è un secondo passaggio, più paradossale. Con l’atteso passaggio dal PUN ai prezzi zonali, il beneficio in bolletta generato dai grandi impianti andrà prevalentemente a famiglie e imprese del Sud, dove quei grandi impianti sono concentrati. E qui sta il paradosso: proprio in alcune aree del Sud, come la Sardegna, le nuove installazioni sono crollate nel primo trimestre 2026, mentre il vantaggio futuro rischia di andare a chi è già dentro e non a chi è rimasto fuori. La zonalizzazione sposta il beneficio, non lo distribuisce.
Su questa fragilità pesa anche la distanza dall’obiettivo PNIEC. Secondo Italia Solare, ripresa da PV Tech, il ritmo del primo trimestre 2026 resta inferiore a quello necessario per centrare 6-7 GW annui e avvicinarsi alla traiettoria nazionale, che prevede 79 GW di fotovoltaico al 2030. Al 31 marzo l’Italia è a 44.952 MW: non è un punto di non ritorno, ma ogni trimestre sotto la soglia rende la rincorsa più ripida. Per famiglie e imprese il segnale non è rinunciare al fotovoltaico, ma valutare ora il costo dell’attesa. Con i prezzi zonali che spostano i benefici, chi è rimasto fuori rischia di pagare due volte: l’energia e la mancata indipendenza.




