La Bulgaria blocca la sua legge, lasciando Bucarest sola nel bacino strategico per la transizione energetica.
Bucarest ha cominciato prima di tutti. Nell’aprile 2024 il Parlamento rumeno ha approvato la legge sull’eolico offshore con una maggioranza schiacciante, e da allora la Romania è il primo Stato del Mar Nero ad avere un quadro normativo per questa tecnologia. Più di due anni dopo, il primato è ancora lì: nessun altro Paese del bacino ha seguito. E quando a fine luglio il governo ha pubblicato la mappa dei siti per l’eolico offshore, il paradosso è diventato difficile da ignorare: il primo a muoversi è anche l’unico a dover dimostrare che la transizione non è solo carta.
La decisione politica è stata rapida e trasversale. Ma una legge non produce un solo megawatt. Stabilisce le regole, disegna le procedure, apre una porta. E poi lascia tutto il resto al tempo, ai regolamenti attuativi e a chi è disposto a investire.
Una legge approvata in aprile, un primato ancora solitario
Il dato politico è il più semplice da raccontare: nell’aprile 2024 il Parlamento di Bucarest ha approvato la Legge 121/2024 con una maggioranza schiacciante, come documenta la scheda sull’eolico offshore rumeno del Black Sea Renewable Energy Coalition. Quel voto, senza particolari drammi parlamentari, ha reso la Romania il primo Stato del Mar Nero a legiferare: lo certifica l’analisi di Ember, che parla esplicitamente di primato rumeno con la Legge 121/2024.
Ma proprio qui inizia il problema. Un voto parlamentare non produce elettroni: serve una catena di atti successivi — regolamenti, procedure di gara, mappe delle concessioni, infrastrutture portuali — che richiedono anni e che finora nessun altro Paese della regione sembra intenzionato a imitare. Il primato normativo è reale ma fragile: vale finché qualcuno lo trasforma in progetti, contratti e turbini effettivamente in acqua.
Numeri che pesano: aree, megawatt, miliardi
Se il voto è stato facile, il conto economico non lo è. La tabella di marcia messa a punto con la Banca Mondiale già nel settembre 2024 parla di un potenziale fino a 7 GW di capacità eolica offshore nella zona economica esclusiva della Romania nel Mar Nero, come si legge nel comunicato della Banca Mondiale. Non è una cifra simbolica: è una posta industriale, e si traduce in aree precise.
La prima fase, quella per i fondali fissi, prevede tre blocchi. L’Area 1 è la più grande: 631 chilometri quadrati per circa 1.900 MW. Poi l’Area 2, 149 chilometri quadrati per 600 MW, e l’Area 3, 168 chilometri quadrati per altri 600 MW, secondo i dati ripresi da Energynomics. In totale, la prima tranche vale circa 3.100 MW di capacità installabile. Il ministero dell’Energia stima che il settore possa generare tra 16 e 27 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia rumena, come riporta Romania Insider. Cifre che parlano da sole: è una scommessa da miliardi.
Ma una scommessa ha bisogno di almeno due giocatori. E qui il discorso si sposta dalla geografia alla politica.
Il freno di Sofia e il mare a due velocità
Il punto non è solo tecnico: è politico. Dall’altra parte del Mar Nero, la Bulgaria ha ripetutamente affossato il proprio disegno di legge sull’eolico offshore. Le obiezioni arrivano dai settori del turismo e della pesca, che vedono le turbine come una minaccia alle loro rendite, e ogni tentativo di portare il testo in aula si è finora fermato. Lo racconta la stessa analisi di Ember, che fotografa un Paese in stallo mentre Bucarest corre.
Il risultato è un mare a due velocità. Da un lato la Romania, con una legge, una road map e ora anche una mappa delle concessioni. Dall’altro la Bulgaria, che tiene il freno tirato e lascia il bacino con un solo attore normativo. La domanda resta aperta: un mercato eolico offshore può decollare in un bacino dove un solo Stato ha una legge? Le turbine non rispettano i confini marittimi. I cavi, le infrastrutture, le filiere portuali di Costanza e Mangalia hanno bisogno di scala regionale per attrarre investitori. Un monopolio normativo non è una strategia: è una fragilità.
Il primato rumeno è reale, ma la transizione eolica del Mar Nero non si decide solo a Bucarest. La vera partita, oggi, è se Sofia smetterà di bloccare e se le aree rumene troveranno investitori disposti a scommettere su un mare dove il vento c’è ma le regole no. Fino ad allora, i 7 GW resteranno sulla carta e i miliardi solo in una stima ministeriale.




