Il primo parco eolico galleggiante del Mediterraneo francese opera a pieno regime, ma aste

Nel Mediterraneo c’è un parco eolico galleggiante che non è un rendering né un progetto pilota: EolMed ha iniettato il primo kilowattora nella rete di RTE nell’aprile 2026 e ha raggiunto la piena capacità nel maggio 2026. Il dato tecnico è concreto — 30 MW installati su tre turbine da 10 MW — e cambia la discussione: il Mediterraneo ha il suo primo banco di prova reale, con un verdetto tecnico già arrivato. Come illustra un’analisi sui cinque passi per sbloccare l’eolico offshore nel Mediterraneo, la tecnologia ha smesso di essere la scusa: ora la differenza la fanno porti, reti e regole.

EolMed: dal primo kilowattora alla piena capacità

Per capire che cosa è cambiato servono i numeri. Il parco eolico galleggiante EolMed ha una potenza di 30 MW, distribuita su tre turbine da 10 MW, e ha iniettato la prima energia nella rete di RTE nell’aprile 2026, per poi raggiungere la piena capacità nel maggio 2026. Non è una singola macchina dimostrativa ormeggiata in rada: è un impianto collegato alla rete di trasmissione francese, con la catena di conversione e la connessione in esercizio. Da maggio 2026, il parco produce a regime. Il verdetto tecnico, insomma, è arrivato: galleggiare in acque profonde, resistere al moto ondoso e immettere potenza in rete si può fare anche nel Mediterraneo, non solo nel Mare del Nord.

Ma se la turbina, il galleggiante e la connessione funzionano, il motivo per cui il Mediterraneo resta indietro va cercato altrove. La risposta non sta nelle turbine.

Il vero collo di bottiglia non è in mare aperto

La risposta sta in una serie di fattori non tecnologici. Uno studio congiunto del MOREnergy Lab del Politecnico di Torino e di WindEurope, pubblicato a luglio 2026 su Renewable and Sustainable Energy Reviews, mette in fila i prerequisiti: regole prevedibili, pianificazione coordinata della rete, infrastrutture portuali adeguate e una catena di approvvigionamento pronta. Secondo quanto riporta WindEurope, questi elementi sono essenziali per rendere i progetti credibili, bancabili e realizzabili.

È qui che si decide la bancabilità, prima ancora che in mare aperto. Un parco galleggiante produce elettroni, ma se il piano di rete non fissa capacità di connessione negli anni giusti, se i porti non hanno banchine e spazi per assemblare piattaforme da migliaia di tonnellate, se le procedure autorizzative cambiano a ogni finestra, il costo del capitale sale e i progetti restano carta. Secondo WindEurope, i fattori non tecnologici — regolamentazione, pianificazione di rete, porti e catena di approvvigionamento — determineranno se l’eolico galleggiante nel Mediterraneo diventerà una realtà bancabile. In altre parole, se questi prerequisiti non vengono messi in fila, la tecnologia può essere pronta quanto si vuole: il mercato non decolla.

Se i prerequisiti sono questi, chi li sta mettendo in fila? I bandi francesi danno un segnale, ma il confronto con l’ambizione globale è impietoso.

AO5, AO6 e i 3 GW che non bastano

Eppure i segnali di mercato ci sono. La Francia ha già assegnato capacità commerciale: nel maggio 2024, come documenta l’asta AO5 in Bretagna meridionale, la prima asta commerciale al mondo per l’eolico galleggiante è stata vinta a 86 €/MWh. Nel dicembre 2024, con la gara AO6, sono stati assegnati due siti commerciali da 250 MW nel Golfo del Leone. In questo quadro, Ocean Winds — joint venture al 50-50 tra ENGIE ed EDPR — si è aggiudicata un progetto da 250 MW assegnato dal Ministero francese dell’Industria e dell’Energia, come annunciato da ENGIE nella gara AO6.

Ma i numeri dicono che non basta. Secondo Pierre Tardieu, citato nell’analisi di WindEurope, l’Europa rischia di perdere la posizione di leadership nell’eolico galleggiante: al 2030 ci si può attendere al massimo 3 GW operativi. È una quantità piccola se paragonata alla scala dei parchi fissi del Mare del Nord. AO5 e AO6 dimostrano che il meccanismo d’asta funziona, ma il ritmo di assegnazione è troppo lento per costruire una filiera industriale europea. Il rischio è che il Mediterraneo resti una nicchia da comunicato stampa, non un mercato.

La tecnologia ha smesso di essere la scusa. EolMed è collegato e in produzione; le aste francesi hanno assegnato capacità commerciale a 86 €/MWh. Ora la differenza la fanno i porti, le reti e le regole: chi li mette in fila per primo trasformerà il Mediterraneo da palestra di piloti a mercato vero. Fino ad allora, il problema non è che le turbine non funzionino: è che si costruiscano troppo lentamente per contare davvero.