538.000 tonnellate di polisilicio prodotte nel primo semestre, il 9,8% in meno su base annua. 72,07 gigawatt di nuova capacità connessa, il 66% in meno rispetto ai 212,21 GW dello stesso periodo del 2025. Non è un rallentamento: è la fine del fotovoltaico cinese “a qualunque costo”. I numeri pubblicati a fine luglio dal report di pv magazine Italia delineano una contrazione che il settore cinese non vedeva da sette anni.

Già a febbraio 2026, Wang Bohua della China Photovoltaic Industry Association (CPIA) aveva anticipato uno scenario di contrazione: la nuova capacità installata nel 2026 sarebbe scesa tra 180 e 240 GW, con un calo dal 24% al 43% rispetto al 2025. La conferma è arrivata nei mesi successivi: nel 2025, la produzione cinese di moduli fotovoltaici aveva registrato il primo calo su base annua, segnando l’inizio di un periodo critico di aggiustamento strutturale dell’offerta e della domanda.

Il paradosso del Documento 136: la riforma che frena il mercato

Perché il mercato si è fermato così bruscamente? La risposta non va cercata nella domanda, ma nelle regole. A spiegare il perché è la riforma della tariffazione dell’energia eolica e solare, nota come “Documento 136”, entrata in vigore il 1° giugno 2025. La riforma ha spostato i nuovi progetti eolici e solari cinesi dai prezzi fissi garantiti ai prezzi basati sul mercato.

In pratica, il meccanismo è semplice da descrivere e radicale negli effetti. Con i prezzi garantiti, ogni chilowattora immesso in rete aveva una remunerazione predeterminata: l’investitore sapeva in anticipo quanto avrebbe incassato e poteva costruire il piano economico dell’impianto su quella certezza, calcolando tempi di rientro e margini con un semplice foglio di calcolo. Con i prezzi di mercato, quel valore si forma di volta in volta in base a domanda e offerta: chi costruisce oggi non ha più alcuna garanzia sul prezzo di vendita dell’energia, e questo cambia radicalmente il profilo di rischio di ogni nuovo progetto. È esattamente il tipo di cambiamento che sposta la convenienza marginale di un impianto e, su scala nazionale, il ritmo delle nuove connessioni.

L’effetto non si limita alla Cina. Secondo la CPIA, la transizione politica cinese sarà responsabile di gran parte della contrazione del mercato fotovoltaico globale nel 2026: le nuove installazioni a livello mondiale dovrebbero diminuire dell’8%, attestandosi a 612 GW. Anche BloombergNEF arriva alla stessa conclusione: già a dicembre 2025, l’analista Jenny Chase aveva spiegato che la crescita in Cina non può continuare al ritmo storico, e che questo determinerà un appiattimento o una contrazione del mercato mondiale. La novità del semestre è che quella lettura non è più una previsione: è una fotografia dei dati reali.

Cosa cambia per chi installa e gestisce

Ma se la Cina si contrae e trascina il mercato globale, chi paga il conto sul campo? La risposta è duplice. Da un lato parte la selezione: Wang Bohua della CPIA ha dichiarato che senza frenare la concorrenza dannosa, la Cina non può costruire un mercato nazionale unificato o espandere la domanda interna. È un’ammissione esplicita, arrivata dall’interno dell’associazione che rappresenta i produttori: frenare la concorrenza dannosa è la condizione per costruire un mercato nazionale unificato e reggere le condizioni globali.

Dall’altro lato, la CPIA prevede che la crescita globale riprenderà a partire dal 2027, con incrementi annuali che raggiungeranno gli 864 GW entro il 2030, equivalenti a un tasso di crescita annuo composto di circa il 7% dal 2026. Per chi installa o gestisce impianti, il messaggio è chiaro: la fase di aggiustamento in corso non è una parentesi, ma un cambio di regime. Premierà chi saprà operare in un mercato dove la remunerazione non è più garantita. Non è la fine del solare: è la fine della crescita automatica. La ripresa attesa dal 2027 sarà selettiva, e chi avrà superato la fase di aggiustamento potrà coglierla. La selezione è iniziata.