Code di connessione vs risposta Ue: il contrasto tra numeri e regole è netto.

Centoventi gigawatt di progetti rinnovabili maturi in Europa rischiano di non ottenere un accesso tempestivo alla rete entro il 2030. Non è una questione di domanda o di costi: è una strozzatura fatta di code di connessione e capacità mancante, che secondo Ember metà dei paesi che comunicano dati sulla rete già non possiede. La Commissione europea ha messo sul tavolo il Grid Package nel dicembre 2025, ma la domanda di fondo resta: basterà un regolamento a liberare 120 GW?

La strozzatura è fisica: 120 GW in coda

Il dato di partenza arriva da Ember: circa 120 GW di progetti rinnovabili maturi, inclusi 1,5 milioni di installazioni domestiche, sono a rischio di non ottenere un accesso tempestivo alla rete entro il 2030. Non si tratta di impianti ipotetici, ma di progetti già maturi per la connessione. A metà 2026, sempre secondo Ember, le code di connessione alla rete elettrica erano presenti in almeno 16 paesi dell’UE.

Il problema non è soltanto procedurale. Quando si parla di capacità di rete, il dato che conta è la potenza che l’infrastruttura può accettare in un dato momento senza superare i limiti di trasporto di linee e stazioni. La stessa organizzazione calcola che almeno 120 GW di progetti rinnovabili pianificati in Europa siano a rischio per i vincoli della rete, e che metà dei paesi che riportano dati sulla rete non abbiano la capacità necessaria per connettere nuova generazione di energia.

Un segnale tecnico rende il quadro ancora più chiaro. I meccanismi di capacità sono progettati per garantire che sia disponibile una capacità di generazione sufficiente a soddisfare la domanda di picco di elettricità, e sono diventati sempre più importanti in Europa. In pratica, servono a coprire le ore in cui la domanda supera l’offerta realmente disponibile, e la loro crescente diffusione dice molto sulla distanza tra la capacità installata e quella effettivamente affidabile. Come risponde l’Europa a questa evidenza?

Dal pacchetto di dicembre all’accordo di giugno

Il contrasto è netto: da una parte ci sono i numeri delle code e della capacità mancante, dall’altra una risposta che punta su regole, autorizzazioni e infrastrutture trans-europee. Ma il punto non è soltanto normativo: una direttiva che accorcia i tempi dei permessi non produce da sola nuovi chilometri di linee né nuova capacità di connessione.

Basterà un regolamento a liberare 120 GW?

Al di là dei testi normativi, la domanda è cosa succede sul campo. I meccanismi di capacità e le code di connessione non riguardano soltanto i grandi impianti utility-scale: i 120 GW a rischio includono anche 1,5 milioni di installazioni domestiche. Significa che il collo di bottiglia tocca sia chi progetta parchi da centinaia di megawatt, sia chi ha un impianto domestico e chiede di immettere energia in rete. Una procedura più rapida può aiutare, ma se l’infrastruttura fisica non c’è, le pratiche si spostano semplicemente più avanti, dal permesso alla coda di connessione.

Il vero banco di prova non è l’accordo politico di Lussemburgo, ma la capacità fisica di rete: finché i colli di bottiglia nelle code di connessione non verranno sciolti, una parte rilevante della transizione resterà sulla carta.