La bocciatura del progetto sardo accanto a quattro pareri positivi solleva dubbi sulla coerenza delle procedure autorizzative italiane

Il 16 luglio scorso, sulla pagina degli ultimi provvedimenti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, è comparsa una determinazione che chiude con esito «negativo» la procedura di Provvedimento Unico in materia Ambientale per l’impianto agrivoltaico Obinu Pes, da 31,629 MWp, tra Santu Lussurgiu, Borore e Macomer. Nella stessa pagina, tra il 9 e il 14 luglio, erano passati quattro verdetti «positivi»: il parco eolico con accumulo Astra da 39,6 MW in provincia di Palermo, l’eolico Custolito da 31 MW tra Montalbano Jonico, Scanzano Jonico e Craco, l’autorizzazione allo scarico a mare per la piattaforma off-shore Annabella e l’agrovoltaico da 73,65 MW di San Giorgio Jonico, in provincia di Taranto. Cinque decisioni, quattro sì e un no, in quattro giorni.

Luglio 2026: cinque verdetti, una contraddizione

La sequenza di luglio 2026 è un microcosmo dell’arbitrarietà del sistema autorizzatorio italiano. Le procedure seguono lo stesso binario PNIEC-PNRR e passano per lo stesso ministero. I progetti non sono identici, ma la differenza decisiva non si legge nei provvedimenti: Obinu Pes è un agrivoltaico da 31,6 MW in Sardegna, San Giorgio Jonico è un agrovoltaico da 73,65 MW in Puglia, entrambi con opere di connessione alla rete. Uno è bocciato, l’altro autorizzato. Non c’è, nei documenti di luglio, una spiegazione immediata del perché regole formalmente identiche debbano produrre esiti opposti.

Cosa determina, allora, l’esito? Le regole dovrebbero essere le stesse per tutti. I cinque verdetti presi insieme raccontano una macchina che accelera, ma che non ha ancora reso prevedibile il confine tra un sì e un no.

I numeri dell’accelerazione e il conto con il 2030

Il caso Obinu Pes non è un’anomalia isolata: dietro i verdetti ci sono numeri che raccontano un sistema in corsa. Il decreto PNRR ha provato a mettere ordine: il procedimento autorizzatorio unico per impianti a fonti rinnovabili si deve concludere entro 150 giorni dalla ricezione dell’istanza, e il provvedimento comprende anche la valutazione di impatto ambientale, ove occorrente. È una corsia pensata per ridurre i tempi e accorpare i passaggi.

I numeri del primo trimestre 2025 mostrano che qualcosa si è mosso: sono stati rilasciati 108 pareri di VIA, per 5,643 GW di potenza equivalente, con un incremento di circa il 96 per cento dei pareri e di circa il 100 per cento della potenza rispetto allo stesso periodo del 2024. Sul fronte agrivoltaico, secondo il GSE, nei primi nove mesi del 2025 sono stati sviluppati 11,5 GW di progetti agrivoltaici, di cui 1,4 GW «elevati».

Il conto con il 2030 resta però severo. Il PNIEC inviato a Bruxelles fissa per l’Italia una potenza da fonte rinnovabile di 131 Gigawatt: 79,2 GW dal solare, 28,1 GW dall’eolico, 19,4 GW dall’idrico, 3,2 GW dalle bioenergie e 1 GW dalla geotermia. Un’accelerazione reale, misurata su singoli trimestri, non dice ancora se basterà a colmare la distanza. E se i numeri crescono, la domanda resta: perché un progetto viene bocciato e un altro no? La risposta non è solo tecnica.

Il quadro europeo e la domanda inevasa

Guardando oltre i confini, l’Italia non è sola. Già a luglio 2025, secondo SolarPower Europe, Italia, Romania e Slovenia avevano recepito o iniziato a recepire il 78% delle misure chiave per accelerare la pianificazione e l’autorizzazione dei progetti rinnovabili. È una performance molto superiore alla media europea, ma il recepimento formale non equivale all’attuazione pratica. Resta da vedere se il recepimento si tradurrà in decisioni coerenti prima del 2030.

Per cittadini e imprese la transizione non è una questione di gigawatt, ma di regole prevedibili. Finché un no come quello di Santu Lussurgiu resta inspiegabile accanto a quattro sì, la corsa ai 131 GW del 2030 somiglia più a una scommessa che a una pianificazione.