L’ora legale unica dal 2030 impone nuovi contratti e impianti ridimensionati.
Un’ora contro un mese: è il dettaglio contabile che decide se l’idrogeno Power-to-Gas può reggere il confronto con le fonti fossili. Lo studio pubblicato il 10 agosto scorso su Nature Communications mostra che la severità non è un lusso green, ma una condizione di credibilità. Il lavoro confronta diverse regole di contabilità del carbonio per determinare il supporto politico disponibile per l’idrogeno in termini di performance finanziaria ed emissioni dei sistemi Power-to-Gas. E il risultato rovescia un luogo comune.
Il paradosso: più severità, investimenti ancora in piedi
Contrariamente a opinioni spesso ripetute, regole contabili più rigorose forniscono agli investitori incentivi sufficienti per investire in sistemi Power-to-Gas. Il modello usato nello studio è calibrato su impianti di riferimento idonei per il credito d’imposta alla produzione previsto dall’Inflation Reduction Act negli Stati Uniti, non su casi teorici: si parla quindi di condizioni economiche e tecniche che hanno una corrispondenza diretta con gli schemi di incentivo reali.
Il rovescio della medaglia sta nelle regole permissive. Meno rigore contabile significa generalmente incentivi all’investimento più forti, perché la redditività cresce; ma significa anche emissioni significativamente più elevate. Il motivo è che, con paletti più larghi, gli investitori tendono ad acquistare elettricità più carbon-intensive dalla rete generale invece di vincolarla a nuova generazione rinnovabile. Il paradosso è quindi doppio: le regole severe non spengono il progetto, ma quelle lasche pagano di più in carbonio pur offrendo profitti più alti.
Se la severità non blocca gli investimenti, resta da capire come funziona il meccanismo temporale che produce questo esito controintuitivo. La risposta è nei certificati e nella distanza tra un’ora e un mese.
La partita dei certificati: un’ora contro un mese
Il nodo è nei certificati di attribuzione energetica, gli strumenti che attestano l’origine rinnovabile dell’elettricità consumata da un elettrolizzatore. Negli Stati Uniti, le regole finali per il credito d’imposta 45V, rilasciate da Tesoro e IRS il 3 gennaio 2025 dopo la proposta di dicembre 2023, richiedono che i contribuenti che utilizzano certificati di attribuzione energetica (EAC) soddisfino criteri di corrispondenza temporale, consegnabilità e incrementalità.
In Europa il confronto è esplicito: fino al 31 dicembre 2029, l’idrogeno rinnovabile deve corrispondere alla generazione rinnovabile nello stesso mese di calendario; dal 1° gennaio 2030, la corrispondenza diventa oraria. La differenza è tutta qui: con la regola mensile un impianto può dichiarare idrogeno rinnovabile anche se l’elettricità verde è stata prodotta in un momento diverso del mese; con la regola oraria ogni kilowattora va riconciliato sull’arco di sessanta minuti. È un dettaglio che cambia l’approvvigionamento, la progettazione e la reale impronta carbonica.
Il trade-off sul campo: profitti contro carbonio
Per chi progetta o gestisce un impianto Power-to-Gas, la scelta della regola contabile diventa una scelta di progetto. Le regole più rigorose garantiscono incentivi sufficienti, ma con una redditività più contenuta e un beneficio ambientale più solido. Le regole permissive alzano i margini, ma al costo di emissioni più alte, perché la convenienza spinge a comprare elettricità dalla rete generale quando costa meno, non quando è più pulita.
Il quadro lascia aperta una domanda concreta: quando l’Unione europea passerà alla corrispondenza oraria nel 2030, chi avrà progettato impianti ottimizzati per la contabilità mensile dovrà rivedere contratti di approvvigionamento e dimensionamento. Chi investe oggi in Power-to-Gas non deve temere le regole più rigorose: deve temere quelle troppo permissive, perché il carbonio emesso oggi sarà il differenziale competitivo di domani.




