La famiglia Guardigli ha ceduto l’impianto a CH4T per la complessità della conversione a biometano

Sabato scorso, a Malmissole, in via Oraziana, CH4T ha inaugurato l’impianto di biometano La Bersagliera. Dodici milioni di euro di investimento, cofinanziamento del Pnrr, una capacità di 500 metri cubi all’ora di biometano immesso in rete. L’impianto genererà anche 7.600 tonnellate di digestato solido e 42.500 metri cubi l’anno di digestato liquido. Sono i numeri che piacciono alla transizione energetica: rotondi, rassicuranti, pronti per il comunicato stampa. Ma dietro il taglio del nastro c’è un passaggio di proprietà che quei numeri non raccontano, e che dice molto di più su chi sta davvero facendo la transizione — e chi la sta subendo.

L’addio dei Guardigli: quando la transizione è un lusso

L’impianto di La Bersagliera non nasce sabato scorso. È stato progettato e costruito nel 2010, e ha iniziato a operare nel febbraio 2012. A volerlo, a quei tempi, era stata la famiglia Guardigli, imprenditori agricoli del territorio. Per più di un decennio hanno gestito un impianto di biogas, producendo energia elettrica da materie prime agricole. Poi è arrivato il biometano, con i suoi incentivi, le sue regole tecniche, la sua complessità impiantistica. E qui la storia cambia.

La decisione di vendere l’impianto a CH4T, stando a quanto riportato dalla stessa azienda acquirente, è nata proprio dalla complessità legata all’evoluzione tecnologica necessaria per convertire l’impianto a biometano e mantenerlo allineato alle normative di settore. In altre parole: per una famiglia di imprenditori agricoli, affrontare da soli la conversione era semplicemente troppo. Troppi costi, troppa burocrazia, troppa incertezza normativa. Così l’impianto è passato di mano.

Il paradosso è che i Guardigli non spariscono dalla filiera. Restano coinvolti nella gestione, per assicurare — spiega CH4T — continuità e qualità nelle relazioni con i fornitori di materie prime. Conoscono il territorio, i produttori, le rotazioni colturali. Sono il presidio locale di un impianto che però non è più loro. Una forma di continuità operativa che maschera una frattura proprietaria: chi ha costruito l’impianto quindici anni fa oggi ne è diventato fornitore o consulente, non più titolare. Non è un dramma, intendiamoci. Ma è un segnale. Se per accedere ai fondi del Pnrr e agli incentivi del biometano bisogna cedere la proprietà a un fondo o a una società di capitali, allora qualcosa nel disegno della transizione non sta funzionando come doveva.

La scommessa da 55 milioni: i soldi del Pnrr e il risiko del biometano

L’impianto di Malmissole non è un caso isolato: è un tassello di una strategia più ampia. CH4T, partecipata da Suma Capital, ha finora investito 26 milioni di euro in acquisizioni di impianti, e prevede di spendere altri 55 milioni per le attività di conversione a biometano. L’obiettivo dichiarato nel piano strategico, già nell’estate 2024, era il raddoppio della capacità produttiva per arrivare a immettere in rete circa 500 metri cubi all’ora di biometano — esattamente la cifra raggiunta con l’impianto inaugurato sabato.

Numeri che fanno impressione, e che raccontano un settore in piena concentrazione. Il portafoglio di impianti di CH4T produce già oggi 60.000 MWh annui di energia elettrica. Con la conversione a biometano, quella stessa capacità si trasformerà in gas rinnovabile immesso nella rete nazionale, beneficiando degli incentivi previsti dal decreto biometano e dei fondi del Pnrr. È un’operazione industriale perfettamente legittima, per carità. Ma è anche un’operazione che solleva qualche domanda sull’uso dei soldi pubblici.

Il Pnrr cofinanzia l’impianto, i contribuenti mettono una parte dei 12 milioni, e il biometano prodotto godrà di tariffe incentivanti pagate in bolletta. Alla fine della filiera, però, il proprietario dell’impianto non è più l’imprenditore agricolo che lo aveva costruito, ma una società partecipata da un fondo. Non è illegale, non è scorretto. Ma era questo l’obiettivo? O il Pnrr doveva servire proprio a dare agli agricoltori gli strumenti per fare da soli la conversione, senza dover vendere?

Chi vince, chi perde, chi resta a presidiare la filiera

Vince CH4T, che incassa un impianto già funzionante, lo converte con fondi pubblici e lo inserisce in un portafoglio in rapida crescita. Vince il sistema degli incentivi, che vede realizzarsi un altro progetto allineato ai target europei. Vincono — almeno in parte — i Guardigli, che restano nella partita come gestori, senza però il rischio d’impresa e senza la proprietà dell’asset. Perdono, forse, quegli imprenditori agricoli che non trovano un acquirente disposto a rilevare il loro impianto, e che restano intrappolati in una transizione che non possono permettersi.

E perde, in senso più ampio, l’idea che la transizione energetica potesse essere un’occasione di redistribuzione della ricchezza nei territori agricoli. Se il modello vincente è quello dell’aggregazione in mano a fondi e società di capitali, il rischio è che gli incentivi pubblici finiscano per accelerare una concentrazione proprietaria che svuota le campagne di soggetti economici autonomi. La famiglia Guardigli resta a presidiare le relazioni con i fornitori, ma non decide più gli investimenti, non sceglie più la strategia, non è più il baricentro dell’impianto che ha costruito.

La transizione prometteva di coinvolgere i territori. Ma se per accedere ai fondi bisogna vendere, allora la domanda non è più tecnica — quanti metri cubi di biometano produciamo — ma politica: chi vogliamo che sia il proprietario della transizione? E chi vogliamo che resti a presidiare la filiera quando i fondi del Pnrr saranno finiti e resteranno solo le tariffe in bolletta a remunerare il capitale investito?