Il biometano italiano non basta, quasi la metà dei consumi arriva dall’importazione
Già nel maggio 2022 il piano REPowerEU aveva messo nero su bianco l’obiettivo: 35 miliardi di metri cubi di biometano all’anno entro il 2030 per tutta l’Unione. La Commissione europea ha quantificato gli investimenti necessari in 37 miliardi di euro. Trentacinque miliardi contro il miliardo appena festeggiato: un fattore 35 che da solo racconta l’abisso tra l’ambizione comunitaria e la realtà produttiva italiana.
Il miraggio dei 2 miliardi
Non è che manchino progetti in cantiere. Con l’entrata in funzione di tutti gli impianti finanziati dal PNRR — 483 in totale, tra quelli già operativi e quelli in costruzione — la capacità italiana arriverebbe a 2 miliardi di standard metri cubi annui. Due miliardi, non 35. Ed è questo il tetto strutturale del piano: il PNRR, per quanto imponente, è un programma a termine, e i numeri dicono che anche quando avrà esaurito la sua spinta propulsiva, il Paese sarà lontanissimo dalla scala necessaria per contare davvero nel mercato europeo del biometano. Non è una questione di ritardo tecnico, ma di dimensionamento: le risorse messe in campo non sono proporzionate agli obiettivi. Eppure, la distanza dall’obiettivo non è solo quantitativa — è nella natura stessa del biometano prodotto e consumato.
Il paradosso dell’import verde
Nel 2024 il consumo europeo di biofuel ha raggiunto 35 milioni di tonnellate, il 22% di un mercato globale che vale 160 milioni di tonnellate annue. Numeri da grande trasformazione, verrebbe da pensare. Ma se la domanda europea cresce, l’Italia si presenta all’appuntamento con una gamba sola: nello stesso anno il Paese ha prodotto solo il 54% dei biocarburanti consumati internamente. Significa che quasi metà del fabbisogno nazionale è stato coperto da importazioni. Non è un dettaglio: è la spia di una dipendenza strutturale che la retorica del biometano nostrano rischia di nascondere.
Il dato più scomodo è un altro, e arriva sempre dal rapporto del Politecnico di Milano: oltre la metà del biocombustibile consumato in Italia nel 2024 derivava da materie prime importate, provenienti principalmente dal sud-est asiatico. Si produce più biometano in casa, ma ci si rifornisce di materie prime dall’altra parte del mondo, con costi logistici e ambientali che ribaltano il senso stesso della transizione. L’Italia non sta riducendo la propria dipendenza energetica: la sta spostando geograficamente, dal gas russo agli oli vegetali e ai residui agricoli asiatici. È un paradosso che pesa, e che rischia di incistarsi man mano che la produzione interna cresce senza una filiera locale altrettanto robusta.
E poi c’è il nodo dei costi. Il metano fossile viaggia su una forbice compresa tra 20 e 27 euro al megawattora, mentre il biometano ha costi di produzione molto più elevati — una distanza che al momento viene colmata solo dagli incentivi pubblici. Quando il PNRR finirà, quella differenza tornerà a essere un problema aperto, scaricato sulle bollette o sugli operatori. Di fronte a questo paradosso, la domanda è chi pagherà per far quadrare i conti.
Contratti per differenza: la stampella che manca?
L’alternativa c’è, sulla carta. Giuseppe Dasti, responsabile del desk Energy & Utilities di Intesa Sanpaolo, ha proposto di introdurre i Contratti per Differenza come schema di finanziamento per la produzione di biometano dopo la fine del PNRR. Lo strumento è noto ai regolatori: lo Stato garantisce al produttore un prezzo minimo; se il mercato scende sotto quella soglia, arriva un conguaglio pubblico. Se invece il mercato sale, è il produttore a restituire la differenza. In teoria, un meccanismo che dà stabilità senza incentivare rendite. In pratica, una stampella finanziaria che sposta il peso degli investimenti dal Recovery Plan al bilancio ordinario, con tutte le incognite che questo comporta in termini di coperture e durata.
Il punto non è se i CfD funzionino o meno — in altri settori energetici hanno dato prova di efficacia. È che la loro introduzione conferma, implicitamente, che il biometano italiano non sta in piedi da solo. E che il dopo-PNRR si annuncia come una fase di navigazione a vista, in cui la transizione rischia di diventare un’operazione di maquillage statistico: si produce più verde in casa, ma si dipende da materia prima d’importazione e da incentivi pubblici senza i quali i conti non tornano. Resta da capire se basteranno a evitare che la transizione italiana resti, appunto, un esercizio contabile più che una trasformazione industriale.
L’Italia ha davvero voltato pagina sull’energia verde o sta solo cambiando fornitore? I numeri del Politecnico di Milano suggeriscono la seconda ipotesi, e il miliardo di metri cubi appena raggiunto — per quanto sia un risultato reale — non basta a smentirla.




