Il decreto lascia aperta la scelta tra idrogeno ed elettrico per l’ex Ilva

Osservando una bolletta del gas viene da chiedersi se il gas sia un ponte o una destinazione. È una domanda che a fine luglio si è allargata anche ai lavori parlamentari: lo scorso 30 luglio l’aula della Camera avrebbe dovuto terminare l’esame del decreto-legge 107/2026 Infrastrutture, il provvedimento che contiene, tra le altre cose, norme sui rigassificatori e sull’idrogeno all’ex Ilva. Il giorno prima si era assistito a una seduta complicata, segno che il testo tocca interessi difficili da comporre.

La cronaca dell’aula, in fondo, è il rumore di superficie. La vera domanda è cosa prevede il decreto per chi lavora nell’acciaio e per chi, a casa, apre la bolletta del gas.

Ex Ilva: il miliardo che non decide

Dalla cronaca parlamentare si scende nell’acciaieria, dove il decreto ha effetti concreti. L’articolo 3 del dl Infrastrutture trasferisce le risorse destinate all’impianto di Dri Italia dal Mase al Mimit, rendendole utilizzabili più in generale per la decarbonizzazione della siderurgia, anche tramite contratti di sviluppo. Tradotto: il progetto Dri Italia, società di Invitalia, perde la sua corsia dedicata e il denaro può finire in una platea più ampia di interventi.

Non è il primo segnale. Già nel 2025, il DL 92/2025 ha rimosso l’obbligo di utilizzare idrogeno verde per l’impianto DRI dell’ex Ilva, mantenendo però il finanziamento di 1 miliardo di euro e l’obiettivo di realizzare l’impianto. Resta il miliardo, resta il preridotto, ma sparisce il vincolo di alimentarlo con idrogeno verde. Il risultato è un percorso in cui la tecnologia non è più decisa per legge.

Intorno a questa ambiguità si muovono pressioni opposte. Una sentenza della Corte d’Appello di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria di Taranto per ragioni ambientali, mentre Federacciai ha aperto alla possibilità di una cordata di operatori italiani per rilevare lo stabilimento avviando un ciclo produttivo con forno elettrico. E, su un altro fronte, GravitHy ha commissionato a Danieli un impianto di riduzione diretta Energiron Zero Reformer per produrre 2 milioni di tonnellate annue di HBI utilizzando idrogeno. C’è chi investe sull’idrogeno e chi chiede forni elettrici; il decreto, intanto, non sceglie. Per un cittadino il punto è che questa indecisione non resta dentro i cancelli dell’acciaieria: si traduce in scelte su quale energia usare, con quali costi e con quali tempi.

Piombino: il gas vuole restare?

Il decreto non si limita all’ex Ilva. L’articolo 5 interviene su Piombino con la nomina di un nuovo commissario straordinario per il rigassificatore. Il decreto n. 107 del 26 giugno 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo stesso giorno, prevede tra le misure principali la nomina di un nuovo commissario straordinario per l’impianto di rigassificazione galleggiante di Piombino.

Qui la domanda si fa più diretta. La CGIL, nella memoria presentata in audizione, riconosce che il gas può essere uno strumento transitorio, ma avverte che serve una scadenza certa e ravvicinata per l’autorizzazione all’attività del rigassificatore. «Esso non può diventare il pilastro permanente della politica energetica italiana», è la posizione del sindacato.

Se il rigassificatore resta senza una data di fine, il gas smette di essere un ponte e diventa una destinazione. E la bolletta, mese dopo mese, rifletterà esattamente questa scelta.

La risposta non è tecnica ma politica: ogni rinvio trasforma il gas da ponte a destinazione, e il decreto Infrastrutture, per ora, non fissa la lunghezza del ponte.