Il Consiglio dei ministri ha sostituito la valutazione d’impatto ambientale, ma gli eurodeputati chiedono verifiche sui fondi europei
A un mese dal passaggio in Consiglio dei ministri, 68 milioni di euro di fondi europei finanziano un impianto che il ministero della Cultura ha bocciato: il paradosso del Green Deal è tutto qui. Lo scorso 23 luglio, il Consiglio dei ministri ha espresso giudizio positivo sulla compatibilità ambientale del termovalorizzatore di Ginosa e di due parchi solari. Nei casi di dissenso tra Ambiente e Cultura, quel giudizio sostituisce la valutazione d’impatto ambientale.
La decisione che scavalca il dissenso
Il Consiglio dei ministri, riunitosi lo scorso 23 luglio, ha approvato tre progetti: il termovalorizzatore di Ginosa e due impianti agrivoltaici. La particolarità è procedurale: il giudizio del governo sostituisce la valutazione d’impatto ambientale quando ministero dell’Ambiente e ministero della Cultura non concordano. Nel caso di Ginosa, la Direzione del ministero della Cultura aveva espresso un parere negativo sull’impianto. Ma quel parere non era decisivo: il Consiglio dei ministri ha esercitato il potere sostitutivo e ha approvato il progetto con prescrizioni.
Il risultato è un paradosso: l’organo che dovrebbe presidiare la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale è stato scavalcato da una decisione politica, nel pieno rispetto delle norme. Ma una decisione non vive solo di procedure: vive anche di chi paga e di chi perde.
I numeri di chi vince e chi perde
Ma dietro il voto ci sono cifre che spiegano perché la posta è alta. Il progetto del termovalorizzatore a Ginosa beneficia di circa 100 milioni di euro di finanziamenti statali, inclusi 68 milioni di fondi europei. È un impianto che nasce già con una dote pubblica rilevante, in un territorio che il senatore del Movimento 5 Stelle Mario Turco descrive come già sotto pressione ambientale.
Turco ha definito grave la decisione e ha depositato un’interrogazione parlamentare ai ministri dell’Ambiente e della Salute. «Per questo ho depositato un’interrogazione parlamentare ai Ministri dell’Ambiente e della Salute», ha dichiarato. Il dissenso non è solo locale: è il Movimento 5 Stelle, che in Puglia e in Basilicata contesta un modello di sviluppo fondato sull’incenerimento.
Nello stesso passaggio del 23 luglio Palazzo Chigi ha espresso giudizio positivo di compatibilità ambientale a due impianti agrivoltaici: uno da 10 MW in provincia di Taranto e uno, denominato Irsina, da 61,2 MW nei comuni di Tricarico, Tolve e Oppido Lucano, in Basilicata. Anche per questi due impianti le delibere del Cdm sostituiscono a ogni effetto la VIA. Non è la prima volta: già nel febbraio 2025, lo stesso meccanismo sostitutivo era stato usato per sbloccare 11 progetti rinnovabili in Puglia e Basilicata per oltre 400 MW. E a Roma è in corso un investimento da un miliardo di euro per un impianto che tratterà 600mila tonnellate all’anno di rifiuti non riciclabili. L’incenerimento è tornato a essere una risposta di sistema, non un’eccezione solo tarantina.
La domanda che resta a Bruxelles
E infatti la partita si è già spostata su un altro tavolo: quello della Commissione europea. Gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle del gruppo The Left – Valentina Palmisano, Danilo Della Valle, Mario Furore e Dario Tamburrano – hanno segnalato alla Commissione la compatibilità del finanziamento da 68 milioni di euro di fondi UE con il Green Deal e con il principio “Do No Significant Harm”. Il punto non è se il governo italiano potesse farlo: lo poteva fare. È se quei fondi europei possano finanziare un impianto in un’area già esposta, senza violare i criteri ambientali che l’Unione si è data.
La verifica è aperta. Mentre l’interrogazione di Turco chiede conto ai ministeri dell’Ambiente e della Salute, sul tavolo della Commissione resta una questione semplice: i 68 milioni di fondi UE reggeranno al vaglio del principio “Do No Significant Harm”, oppure la decisione politica dovrà essere rivista? Ai cittadini e alle imprese di Ginosa resta la stessa domanda.




