Le raccomandazioni Ue introducono il meccanismo trace-and-claim e sospendono le sanzioni fino al 2029
Dimenticate il tracciamento della singola molecola: per dimostrare che il gas importato in Europa è «pulito», basterà dimostrare che qualcuno, da qualche parte, ha tagliato emissioni equivalenti. Lo scorso 20 luglio, la Commissione europea ha adottato due raccomandazioni per guidare i paesi dell’UE su soluzioni di conformità e regimi di sanzioni per l’attuazione del regolamento UE sul metano. La scelta è chiara: contabilità invece di fisica. E questo fa tutta la differenza.
Trace-and-claim: la molecola non si insegue più
Il cuore tecnico delle raccomandazioni sta nella prima: fornisce indicazioni su come gli importatori di petrolio, gas e carbone possono dimostrare la conformità agli obblighi che entreranno in vigore il 1° gennaio 2027, senza richiedere la tracciabilità fisica di molecole, consegne o carichi specifici. In pratica, un importatore non deve più dimostrare che la specifica partita di gas che entra in un rigassificatore europeo è stata estratta rispettando determinati limiti di emissione; deve dimostrare che, lungo la filiera, qualcuno ha registrato riduzioni equivalenti.
È un cambiamento profondo rispetto alla prima legislazione completa al mondo adottata nel 2024, che regola anche le emissioni di metano legate alle importazioni di petrolio, gas e carbone. Il regolamento UE sul metano era nato come vincolo fisico sulle emissioni importate: la sua forza stava nel rendere l’acquisto di gas ad alta dispersione un problema per chi lo importa. Con il meccanismo trace-and-claim, quel vincolo si sposta su un registro di compensazioni. La molecola non si insegue più: la si sostituisce con una partita di giro contabile.
Se la conformità diventa una partita di giro contabile, la vera spina dorsale del regolamento sono le sanzioni. Ed è proprio lì che la Commissione frena.
Hormuz chiude, le sanzioni aspettano: l’ironia della prima legge
La seconda raccomandazione chiarisce che le sanzioni per la non conformità, previste dal regolamento, devono restare proporzionate e non mettere a rischio la sicurezza dell’approvvigionamento. La Commissione raccomanda agli Stati membri di sospendere le sanzioni per tre anni, dal 2027 al 2029, per evitare interruzioni delle forniture.
La raccomandazione non nasce dal nulla. Dal 27 febbraio 2026, lo Stretto di Hormuz ha subito gravi perturbazioni geopolitiche che ne hanno causato la chiusura, considerata la più grande interruzione delle forniture energetiche globali dagli anni ’70. È questa chiusura la ragione esplicita per cui la Commissione propone di sospendere le sanzioni e di offrire percorsi di conformità basati su trace-and-claim e certificazione.
Il risultato è una prima legge globale che viene sterilizzata proprio quando dovrebbe entrare in vigore. La prima legislazione completa sul metano importato era stata proposta dalla Commissione già nel dicembre 2021, e la sua applicazione doveva cominciare il 1° gennaio 2027. Ora, invece, il braccio sanzionatorio resta sospeso per tre anni. Resta la domanda: quanto tempo è troppo tempo per sospendere una legge che doveva essere la prima al mondo?
Un anno o tre? Il conto per chi importa
A quel punto non è più una questione astratta. Sul campo, il tempo della sospensione decide chi sostiene i costi di conformità e chi guadagna dal rinvio. Secondo CATF, la sospensione triennale delle sanzioni prevista dalla Commissione europea dovrebbe essere limitata a un massimo di un anno. La differenza tra un anno e tre è il cuore del contenzioso: dodici mesi di moratoria consentirebbero di assorbire lo shock di Hormuz senza rinunciare alla pressione sugli importatori; trentasei mesi trasformano la sanzione in un costo rinviabile per un intero ciclo di contratti di fornitura.
Il trade-off è concreto anche perché gli Stati Uniti sono diventati il più grande fornitore di GNL dell’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, e la chiusura di Hormuz ha alzato il valore di ogni carico disponibile. Per chi gestisce le importazioni, il metano torna a essere un costo rinviabile, non un obbligo da rispettare. La prima legge globale sulle emissioni importate rischia di restare una promessa contabile finché la sicurezza energetica avrà la precedenza sulla riduzione reale delle emissioni.




