Depositi +18% annuo (2002-2022), ma resa parchi ancora penalizzata del 5-10%.
Secondo uno studio congiunto di IRENA e dell’EPO, tra il 2002 e il 2022 i depositi di brevetti per le tecnologie eoliche offshore sono cresciuti in media del 18% all’anno. Un ritmo da settore in espansione. Eppure, i parchi eolici in mare continuano a subire l’interferenza da scia, l’ombra aerodinamica che le turbine a monte proiettano su quelle a valle. È una perdita documentata: una riduzione del 5-10% della produzione totale di un parco.
Il paradosso: brevetti a +18%, energia persa al 10%
Messo in fila, il quadro è semplice. Da una parte c’è un’attività brevettuale in crescita costante, segno di investimenti in ricerca e sviluppo. Dall’altra c’è una perdita operativa misurabile, che nessun deposito sembra aver ancora eliminato. Il punto non è negare il valore dei brevetti: è chiedersi perché una crescita del 18% annuo per vent’anni non si sia tradotta in una risposta definitiva alla scia. La risposta, per ora, non c’è. E il silenzio è un dato, perché indica che l’innovazione si è concentrata altrove, lasciando aperto un problema fisico con cui ogni parco eolico offshore deve convivere.
La scia non è un guasto da riparare con una singola invenzione: è una caratteristica strutturale dei parchi eolici. Ma proprio per questo colpisce che un settore capace di produrre così tanta proprietà intellettuale non abbia ancora trasformato quella produzione in una minore perdita di energia. In questo senso, il paradosso non è soltanto tecnico: è economico e regolatorio.
Cinque nomi controllano quasi metà del campo
Se l’innovazione corre così forte, conviene chiedersi chi la possiede. Secondo un’analisi del panorama brevettuale eolico, i cinque maggiori depositanti — Vestas, Siemens Gamesa, Wobben Properties, General Electric e GE Renovables España — rappresentano quasi la metà dell’attività tra i cento maggiori depositanti. È una concentrazione notevole: in un elenco di cento attori, cinque portafogli industriali da soli valgono quasi quanto tutti gli altri messi insieme.
Non c’è nulla di automaticamente sbagliato nella concentrazione. Le imprese con più risorse possono investire in standard, test e produzione su larga scala. Ma la struttura del mercato ha un peso competitivo: chi detiene i brevetti controlla tempi, licenze e direzione tecnologica. Per chi sta fuori da quel gruppo, l’ingresso diventa più costoso e più lento. Ed è qui che la concentrazione smette di essere un dettaglio: perché possedere i brevetti non equivale a possedere la soluzione. La perdita da scia resta un costo fisico, non cartolare. E non si cancella depositando un titolo di proprietà intellettuale, ma modificando il modo in cui le turbine interagiscono tra loro in mare.
Il costo che nessuna scartoffia abbatte
È qui che la concentrazione brevettuale si scontra con la fisica. Una riduzione del 5-10% della produzione totale non è un residuo statistico: è energia che non arriva alla rete e che, in un modo o nell’altro, viene pagata. Per chi compra energia, o per chi finanzia un parco eolico, la scia agisce come una tassa sulla resa. Nessuna scartoffia la abbatte.
Il nodo, allora, diventa regolatorio. Se la transizione corre su impianti che producono meno di quanto potrebbero, le regole dovranno decidere cosa premiare: l’efficienza operativa, misurata sull’energia effettivamente consegnata, oppure il semplice accumulo di portafogli brevettuali? La differenza non è tecnica: è politica. Premiare il secondo criterio significa riconoscere valore alla rendita di posizione; premiare il primo significa spingere chi investe a risolvere davvero i problemi di resa.
La domanda resta aperta. Il 18% annuo di depositi tra il 2002 e il 2022 racconta un’industria viva, capace di attrarre investimenti. Ma il 5-10% di energia persa per interferenza da scia racconta un’industria che non ha ancora messo a rendita il proprio parco brevetti. La corsa ai brevetti serve la transizione, oppure serve la rendita di posizione? La scia, intanto, continua a costare energia.




