I grandi gruppi puntano su impianti da centinaia di megawatt, mentre i progetti nati dal basso faticano a trovare finanziamenti

Quando in bolletta compare la voce “energia rinnovabile”, molti pensano a un impianto vicino a casa, magari nato da una cooperativa locale. La realtà di oggi è diversa: i grandi parchi eolici avanzano su tre continenti, mentre i progetti di taglia piccola perdono soci e capitali.

Ørsted, uno dei principali operatori mondiali, prevede che tre parchi eolici offshore in costruzione raggiungano la piena messa in esercizio nel secondo semestre del 2026. I nomi sono Borkum Riffgrund 3 in Germania, Greater Changhua 2b e 4 a Taiwan e Revolution Wind negli Stati Uniti.

  • Borkum Riffgrund 3: 83 turbine Siemens Gamesa da 11 MW.
  • Greater Changhua 2b e 4: un progetto da 920 MW.
  • Revolution Wind: il parco da 704 MW è completo per oltre il 95 per cento.

Anche la filiera industriale viaggia su numeri enormi. La piattaforma EnVentus di Vestas ha raggiunto i 15 GW installati, come emerge da un’intervista al CEO di Ørsted. E GE Vernova ha ottenuto il contratto per Supernode Stage 3. La direzione è una sola: si scala, si consolida, si finanzia solo ciò che è già grande.

Il parco di comunità che perde i pezzi

Dall’altra parte della filiera c’è Lillebælt Syd, in Danimarca. Il progetto da 165 MW nasce come iniziativa eolica locale nel 2011. Ha già ottenuto il permesso di impianto e l’accordo per la connessione alla rete. Eppure adesso SONFOR, la utility danese, cerca un nuovo partner per Lillebælt Syd dopo il ritiro di TotalEnergies.

SONFOR sta rilevando la maggioranza di Lillebælt Vind A/S, la società che sviluppa il progetto. European Energy, entrata nel 2022, resterà con una partecipazione di minoranza. TotalEnergies era entrata in Lillebælt Syd con un ingresso nel 2024 e ha deciso di uscire. SONFOR ammette che le condizioni di mercato per l’eolico offshore sono cambiate in modo significativo.

Il parco dovrebbe contare su undici turbine da 15 MW, per una produzione annua prevista di circa 650 GWh e un’entrata in esercizio prevista per il 2029-2030. Ha già in mano il permesso di impianto e l’accordo per la connessione alla rete. Ma senza un partner industriale stabile, i documenti non bastano a muovere il capitale.

Cosa vuol dire per chi sceglie un contratto verde

Per un cittadino o una piccola impresa, questa polarizzazione cambia le scelte disponibili. Da una parte ci sono offerte legate a grandi parchi offshore, efficienti ma lontani; dall’altra progetti locali con ricadute più vicine, ma sempre più rari. La bolletta non distingue tra un megawatt nato da una comunità e uno da una multinazionale, però il mercato sì.

Quando confronti un contratto di energia verde, guarda non solo il prezzo al kilowattora: controlla se dietro ci sono impianti già operativi, autorizzati o soltanto annunciati. Un progetto autorizzato come Lillebælt Syd può restare fermo per anni se perde il socio industriale. Non è un problema di tecnologia, ma di capitale.

Il messaggio pratico è semplice: se vuoi un’energia davvero legata al territorio, cerca impianti già connessi o con permessi e partner stabili.

Non fidarti solo della parola “rinnovabile” in bolletta.