La potenza installata misura la fiducia degli investitori, ma la generazione reale resta condizionata da variabilità e limiti di rete

Il numero che sorprende, nel quadro appena aggiornato, non è la potenza installata ma la distanza che la separa dall’energia davvero prodotta. Secondo il quadro aggiornato di IRENA, pubblicato a metà luglio, alla fine del 2025 la capacità rinnovabile mondiale ha raggiunto 5,2 terawatt (TW), pari al 49,5% del totale globale. Eppure, nel 2024, le rinnovabili avevano generato 9.836 terawattora (TWh): il 31,7% dell’elettricità prodotta nel mondo, secondo IRENA. Quasi diciotto punti di differenza tra potenza installata ed energia immessa in rete. Non è un errore di misura, ma la fotografia di un divario strutturale: installare pannelli e turbine non equivale automaticamente a produrre elettricità.

Il paradosso del 49,5%

Il confronto non è perfettamente allineato — la capacità è di fine 2025, la generazione del 2024 — ma il divario resta ampio e non è un dettaglio contabile. La potenza installata è una misura teorica: dice quanto un impianto potrebbe produrre se funzionasse sempre al massimo. L’energia elettrica generata dice quanto è entrato davvero nel sistema. Tra i due valori ci sono la variabilità del sole e del vento, i limiti della rete, la manutenzione, i periodi di bassa domanda. Il balzo al 49,5% misura la fiducia del capitale e delle politiche; il 31,7% misura la realtà fisica del mercato.

Nel 2024 la generazione rinnovabile è cresciuta del 9,8%, nettamente più che nel 2023, e nel 2025 le aggiunte annuali di capacità rinnovabile hanno raggiunto un picco senza precedenti di 693 GW. Il record c’è, ma va letto con prudenza: misura la velocità con cui si costruisce nuova capacità, non la quantità di elettricità che arriva ai consumi. È qui che si annida il nodo centrale della transizione: più potenza non significa, almeno non subito, più energia.

La domanda che resta aperta è da dove venga questa crescita record. La risposta è insieme geografica e tecnologica.

L’Asia accelera, il nucleare rientra: i motori nascosti

Il paradosso si spiega guardando a dove e come cresce la capacità. Nel 2024 l’Asia ha guidato la generazione mondiale di elettricità rinnovabile, producendo 4.589 TWh, il 14,3% in più dell’anno precedente, con un contributo trainante di solare ed eolico. Si tratta di poco meno della metà di tutta l’elettricità rinnovabile prodotta nel mondo. È in quella regione che si concentra la nuova potenza, ed è lì che lo scarto tra installato e prodotto prende forma: si costruisce molto, ma la produzione cresce con altri tempi.

Non è solo una storia di rinnovabili. Sempre nel 2024, per la prima volta dagli anni ’40, la generazione da tutte le fonti a basse emissioni di carbonio — rinnovabili più nucleare — ha superato il 40% dell’elettricità globale, secondo i dati di Ember. Il nucleare è parte del sorpasso: senza di esso, la quota resterebbe al 31,7% delle sole rinnovabili. La quota a basse emissioni sale perché, accanto alle rinnovabili, c’è una produzione ferma e prevedibile. Il mix conta, non solo i pannelli.

Ma la capacità, anche quando si trasforma in elettricità, è solo metà della storia. L’altra metà è la domanda finale di energia, dove entrano in gioco le politiche di elettrificazione.

La scommessa turca: dal 20 al 35% in dieci anni

Con la capacità in corsa, la domanda finale resta il banco di prova. Lo scorso giugno, secondo quanto riportato dal Guardian, il presidente turco ha chiesto di portare la quota di elettricità nei consumi finali di energia dal 20% attuale al 35% entro il 2035. Quindici punti in dieci anni. Non è una previsione tecnologica: è un obiettivo politico. È il tipo di indicatore che sposta il discorso: non quanti gigawatt si installano, ma quanta elettricità entra davvero nei trasporti, nel riscaldamento, nell’industria.

Un salto dal 20 al 35% implica che l’elettrificazione smetta di essere una quota marginale e diventi il perno del sistema. La distanza tra obiettivo e realtà misura l’incertezza della fase successiva: si può installare capacità molto più in fretta di quanto si riesca a cambiare il modo in cui l’energia viene consumata. Il 35% turco è un benchmark, non una garanzia.

Il numero da tenere d’occhio, allora, non è la capacità installata ma la quota di elettricità nei consumi finali. Se il target del 35% diventa il nuovo riferimento, la transizione cambia fase: da una corsa sui gigawatt a una partita sulla domanda.