Le regole sulla temperatura dell’acqua di scarico impongono di ridurre la potenza col caldo estivo che alza i fiumi.
Lo scorso 22 luglio A2A ha comunicato l’indisponibilità serale per circa quattro ore di una potenza pari a 170 MW nell’unità 1 della centrale termoelettrica di Chivasso 1. Non si è trattato di un guasto: la causa indicata è l’alta temperatura dell’acqua di scarico al condensatore. A rendere vincolante quel dato c’è una regola precisa: la temperatura dell’acqua di scarico non deve superare i 35 gradi e l’incremento di temperatura del corpo idrico non può superare i 3 gradi oltre 1.000 metri dal punto di immissione.
Il vincolo dei 35 gradi
Per capire perché il caldo può fermare una centrale a gas bisogna guardare al condensatore. In un ciclo termoelettrico l’acqua di raffreddamento assorbe il calore residuo del vapore che ha già ceduto energia alla turbina. Se il corpo idrico che riceve lo scarico è già caldo, l’acqua in uscita può restare sopra la soglia normativa. A quel punto l’unica leva operativa è ridurre la potenza dell’unità: meno calore da smaltire, temperatura di scarico più bassa. È esattamente quello che è accaduto a Chivasso, dove il derating della produzione è servito a riportare il processo dentro i limiti.
Non si tratta di un evento isolato né imprevisto. La centrale di Chivasso è una centrale a gas di almeno 1123 MW situata nel Torinese. A2A aveva già segnalato che la capacità dell’impianto avrebbe potuto subire riduzioni nel corso di luglio. L’episodio del 22 luglio è quindi la materializzazione di un rischio noto, legato a un vincolo fisico e normativo che si attiva proprio quando le temperature esterne salgono.
Domanda record, offerta che si ritira
Il vincolo termico di Chivasso non è un fatto isolato: si inserisce in un contesto in cui la domanda sale e l’offerta si ritira. Secondo Terna, a luglio la domanda di energia elettrica in Italia ha raggiunto il massimo storico mensile di 32,5 TWh, in crescita dell’8,3% rispetto a luglio 2025. Nello stesso periodo, l’offerta termoelettrica e nucleare è stata compressa dal caldo, non solo in Italia.
L’effetto sui prezzi è visibile nei dati del Gme: nella settimana dal 13 al 19 luglio il prezzo medio all’ingrosso, il PUN, è salito a 161,23 euro al MWh, contro i 144,09 della settimana precedente. Staffetta Quotidiana stima un ulteriore aumento del 15,4% fino alla fine di ottobre. E lo stress non è confinato all’Italia: il 13 luglio il gruppo francese EDF ha fermato temporaneamente tre reattori nucleari a causa dell’ondata di calore, avvertendo che altri sette potrebbero dover adattare la produzione.
Il paradosso dell’operatore termoelettrico
Tornando al caso di Chivasso, l’alta temperatura dell’acqua di scarico non è un problema marginale: è un mancato ricavo in un momento di prezzi elevati. Quattro ore a 170 MW equivalgono a circa 680 MWh non immessi in rete; con il PUN della settimana a 161,23 euro al MWh, il valore teorico della produzione persa si avvicina a 110.000 euro. Per chi gestisce una centrale come Chivasso, il caldo non è più solo un driver di domanda: è un vincolo di processo che riduce la capacità proprio quando i prezzi salgono. La regola termica, nata come presidio ambientale, diventa una variabile economica, il costo-opportunità di non poter produrre nelle ore più remunerative.
La domanda finale resta aperta: quanto margine c’è, negli attuali limiti, per adattare la gestione degli impianti senza violare le regole termiche? Il caldo estremo trasforma la regola termica da vincolo ambientale a variabile economica; chi gestisce impianti termoelettrici deve ripensare la disponibilità estiva non come scontata, ma come un parametro da monitorare e prezzare.




