La Consulta: aree non idonee non sono divieto assoluto, ma ogni progetto va valutato caso per caso.
Due leggi regionali, due bocciature. La Sardegna ha provato a fermare i nuovi impianti a fonti rinnovabili prima con una sospensione di 18 mesi, poi con un blocco generalizzato dei procedimenti in attesa di un regolamento. Lo scorso 23 luglio la Corte costituzionale ha depositato la sentenza numero 144, con cui ha dichiarato illegittimo l’articolo 1, comma 1, lettera b), della legge regionale 6 novembre 2025, n. 31.
La disposizione impugnata introduceva una sospensione generalizzata dei procedimenti autorizzativi per gli impianti a fonti rinnovabili nelle aree non qualificate come idonee, in attesa di un regolamento regionale. In apparenza è la fotocopia della prima battaglia. In realtà, la nuova pronuncia chiarisce un punto che spesso sfugge al dibattito pubblico: per la Consulta un’area non idonea non equivale a un divieto assoluto di installare impianti.
Il principio: le aree non idonee non sono un muro
La Corte ha giudicato la sospensione in contrasto con l’articolo 20, comma 6, del decreto legislativo n. 199 del 2021, il principio fondamentale che vieta moratorie o sospensioni dei procedimenti autorizzativi mentre le Regioni individuano le aree idonee. Ha anche richiamato la sentenza n. 28 del 2025, con cui aveva già dichiarato illegittima la legge regionale 5 del 2024, quella che sospendeva per 18 mesi qualsiasi nuovo cantiere in attesa della definizione delle aree idonee.
Ma il cuore della pronuncia è un altro. La Corte ha ribadito che la qualificazione di un’area come non idonea «non può mai equivalere a un divieto assoluto e aprioristico». Nel comunicato diffuso dalla Corte si legge che l’area non idonea esclude solamente l’applicazione dei regimi autorizzativi semplificati, non la possibilità di chiedere e ottenere un’autorizzazione. I singoli progetti, insomma, possono essere valutati attraverso gli ordinari procedimenti autorizzativi.
Il fronte politico: muro contro muro
Se la Corte parla di principi fondamentali, la Regione e il Governo si muovono su un piano diverso. A fine dicembre 2025 il Consiglio dei ministri aveva impugnato la legge regionale 31 del 2025, sostenendo che violava gli articoli 41 e 117 della Costituzione, oltre ai principi di uguaglianza e buon andamento della pubblica amministrazione. Per il Governo, la partita era e resta una questione di competenze.
La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, aveva già chiarito la posizione a marzo, quando ha definito la legge nazionale 4 sulle aree idonee «profondamente ingiusta e lesiva dei principi dello statuto sardo». La linea della Regione, insomma, non è cambiata: il conflitto è politico prima ancora che giuridico.
Cosa succede ora ai progetti
Dal piano politico a quello dei cantieri: chi vuole investire in un’area non idonea della Sardegna, cosa deve aspettarsi? La sentenza elimina la sospensione e riapre i procedimenti ordinari. Non c’è più un blocco preventivo, ma non c’è nemmeno un’autorizzazione automatica: ogni progetto torna a essere valutato nel merito, con le verifiche previste in materia urbanistica, paesaggistica e di governo del territorio.
Questo è il punto che la Regione ha colto. In una nota, la Regione Sardegna ha sottolineato che, pur essendo stata dichiarata illegittima la sospensione, la Corte ha affermato che la transizione energetica non può comportare l’integrale assorbimento delle competenze regionali. In altre parole, la procedura ordinaria non azzera i poteri della Regione: li sposta dal blocco preventivo alla valutazione caso per caso.
Resta da capire se basterà a sbloccare i progetti. La variabile da osservare non è il numero di ricorsi o di dichiarazioni politiche, ma il numero di procedimenti ordinari che verranno effettivamente avviati nelle aree non idonee. Se quel numero resterà fermo, la partita non sarà chiusa.




